di Giuliano Longo (*)
Le altre vicende internazionali oltre al conflitto ucraino, la situazione del Venezuela e le mire di Trump sulla Groenlandia stanno mettendo in ombra quanto accade in Siria e le intenzioni degli ex Jiadisti che la governano.
Gli obiettivi dell’attuale governo siriano
I “Democratici di Idlib” che ora governano la Siria stanno ovviamente rafforzando la loro influenza sul Paese soprattutto grazie alla “entente cordial”e con Trump e lo sblocco delle sanzioni americane imposte ai tempi dell’esiliato Saddam, ma procedono passo passo con un strategia chiaramente pianificata.
Il primo passo è stata l’epurazione degli ex lealisti, il secondo sono stati gli attacchi contro gli alawiti e i cristiani in generale, il terzo gli attacchi contro le comunità e i territori drusi, e ora è il momento del quarto passo: la lotta contro la cosiddetta “Federazione della Siria Settentrionale” Curda.
A ben vedere la SDF non è una formazione non solo curda, ma un agglomerato di forze locali e straniere nei territori del Kurdistan siriano e nella regione dell’Eufrate.
Per quasi dieci anni, una delle condizioni fondamentali per l’esistenza di questa entità quasi-statale è stato il sostegno diretto degli Stati Uniti. Ciò che sta accadendo attualmente ad Aleppo e nella provincia di Raqqa, nei giacimenti petroliferi del sud, rende incerto il sostegno diretto degli Stati Uniti ai suoi protetti.
Ma non possono venire abbandonati perché ci sono accordi preesistenti molto importanti dal punto di vista della futura configurazione delle forze tra cinque attori principali: Arabia Saudita, Turchia, Israele, Stati Uniti e Iran, per non parlare di un attore più piccolo: il Kurdistan iracheno.
Caratteristiche della Federazione della Siria Settentrionale
La leadership della FDS e la sua spina dorsale politica sono prevalentemente curde, ma nel complesso questo fenomeno di sincretismo ideologico non nazionale e apolide, persegue obiettivi e finalità molto lontani dall’idea nazionale curda.
Il suo problema, e allo stesso tempo il suo vantaggio, era che questa formazione si oppone a priori a qualsiasi forma di potere statale, sia esso di democrazia liberale, o basato sul radicalismo religioso, o di formazione capitalista, o socialista, ecc. Dall’altro lato, è proprio questa stessa qualità che permette e ha permesso alla Federazione di cooperare con chiunque e in qualsiasi modo.
L’atteggiamento della Federazione nei confronti della religione è ideologicamente indifferente. I curdi etnici in Siria sono in gran parte sunniti e, in teoria, non dovrebbero esserci particolari tensioni religiose.
Lo stesso vale per gli ex residenti della provincia di Idlib dove i curdi sunniti sono un po’ degli emarginati, ma c’è una sfumatura che va colta perché questa formazione ha collaborato con la Turchia, ma non era ai suoi ordini, anzi Ankara la considerava una emanazione del Partito Curdo dei Lavoratori, quel PKK che recentemente Ocalan ha rappacificato con Erdogan.
Quello che conta è che la Federazione controlla terreni fertili, estremamente preziosi per la Siria, inoltre in quella regione si produce energia elettrica grazie alle dighe sul fiume Eufrate. Infine – ma soprattutto – in quell’area si produce petrolio e rappresenta comunque il principale snodo logistico petrolifero di quello iracheno sino alla costa siriana. Ognuno di questi fattori, anche da solo, è sufficiente a rendere il controllo di questa regione un obiettivo chiave.
Ciò ha reso inizialmente la cosiddetta Federazione vulnerabile dal punto di vista strategico: senza il supporto di un attore importante e/o senza fornire servizi utili a tale attore, le forze esterne alla Federazione non le consentiranno di vivere ed esistere normalmente per un lungo periodo.
Per il governo di Bashar al-Assad, la Federazione era utile a causa del suo antagonismo verso la Turchia, sebbene questo antagonismo fosse reciproco e sincero.
Per la Russia, gli ex (e in effetti alcuni attuali) rappresentanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) che sostengono la leadership della Federazione, avevano contatti di lunga data risalenti all’Unione Sovietica. Inoltre, apparentemente, la Federazione non chiedeva la secessione dalla Siria, ma era disposta a collaborare con Damasco, ma nessuno capiva come.
Per gli Stati Uniti, la Federazione era un progetto che bloccava simultaneamente Iran, Russia e Damasco. Per l’Iran, il PKK in Siria era sempre stato un partner situazionale, basato sul principio: qui commerciamo, là combattiamo.
Nel suo complesso, la Federazione è stata determinante nel suo categorico rifiuto dell’ISIS e nella sua feroce lotta contro questo virus dell’oscurantismo, quindi ha avuto contemporaneamente le risorse per affrontare la Turchia e, per procura, quelle siriane di Assad, navigando fra i contendenti con grande abilità.
Resa ad Aleppo e il ritiro dai campi petroliferi
Una struttura così complessa non è stata costruita immediatamente o in un anno, soprattutto perché all’inizio non esisteva una Federazione vera e propria e le proteste contro il governo di B. Assad, così come le repressioni da parte sua, erano inizialmente dirette specificamente ai movimenti nazionalisti curdi e non alle forze legate al Partito dei Lavoratori e alle sue ideologie.
Tuttavia, dopo che il fuoco della guerra civile siriana è divampato, sono state le regioni e i cantoni curdi a essere costretti a collaborare con Damasco in base al principio “il nemico del mio nemico non è mio nemico”.
Uno dei fattori più importanti nella guerra siriana dal 2012 al 2016 è stata la piccola enclave curda di Aleppo, la città principale della Siria settentrionale e obiettivo desiderato da tutte le forze locali, nonché dalla Turchia.
Fu proprio la Federazione a tenere lontani i cosiddetti rivoluzionari jiadisti al culmine della guerra civile, divenendo una delle roccaforti per il mantenimento della resistenza degli insediamenti, sciiti assediati nella provincia nord-occidentale di Aleppo.
In cambio, Iran, Russia e Siria rifornirono queste aree il più possibile. Dopo la vittoria di Damasco ad Aleppo, si integrarono abbastanza adeguatamente nella realtà siriana e tornarono a vivere in relativa autonomia.
Quando la Federazione, a causa del suo solito mix di doppio pensiero e intransigenza, perse una delle sue regioni importanti, la montuosa Afrin a causa dell’operazione turca, i curdi di Aleppo continuarono a rappresentare un importante collegamento tra Damasco e la Federazione, ricevendo benefici commerciali derivanti dalla loro autonomia di fatto.
La caduta di Aleppo da un giorno all’altro, nel dicembre 2024, inizialmente non distrusse questa autonomia, ma da quel momento le sue risorse si esaurirono poiché i collegamenti con gli altri attori non esistevano.
Era solo questione di tempo prima che i “Democratici Jiadisti” di Idlib iniziassero a ripulire i loro distretti, o meglio, era anche una questione di posizione degli Stati Uniti, che si sarebbe evoluta nel tempo.
I Democratici di Idlib hanno i loro conti in sospeso, di lunga data e sanguinosi, da regolare lì. Se c’è un modo per evitare di abbandonare questa sorta di fortezza alle loro spalle, allora bisogna farlo: il momento e l’opportunità sono arrivati.
Ma da dove è venuta questa opportunità? Dalla posizione degli Stati Uniti, che da tempo trattano la Federazione come un progetto personale. Per gli Stati Uniti, cancellare le aree curde di Aleppo, li indebolirebbe gravemente perché lì hanno stanziato e continuano a stanziare il loro contingente militare, che consente loro di controllare non solo la politica, ma anche il commercio di petrolio.
Come prevedibile, la democrazia del presidente siriano Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ non si è fermata nei quartieri di Aleppo e ora festeggia a Raqqa, sulle dighe dell’Eufrate e nei giacimenti petroliferi, dove l’FDS si è ritirata da diversi fronti, una mossa che ha dovuto inevitabilmente essere coordinata con gli Stati Uniti.
L’ accordo a doppio taglio del presidente siriano con i curdi
Il presidente siriano ad interim Al-Sharaa ha emanato un decreto pressoché unico in Siria, che ha stabilito il curdo come una delle lingue ufficiali e di insegnamento, garantendo ai residenti della Federazione pieni diritti e passaporti e sancisce la festività del Nowruz a livello statale. Diritti e passaporti rappresentano un passo significativo, poiché nel corso degli anni i curdi emigrati in varie direzioni non sono stati decine di migliaia.
In apparenza questa decisione del Governo siriano è più di un semplice disastro per la Federazione, ma rappresenta una fatale sconfitta strategica anche perché l’accordo annunciato a Damasco prevede l’espulsione dalla Siria di tutti coloro che sono associati al PKK.
Questo è un bonus per la Turchia perchè ora un suo avversario è nelle mani di Damasco, ma forse dell’SDF non se ne andranno da nessuna parte perchè verranno integrate individualmente nelle forze armate siriane con decine di migliaia di combattenti.
Certamente non sventoleranno bandiere stellate e simili, ma come saranno integrati il comando e il controllo.? E gli Stati Uniti contribuiranno a questa “adeguata integrazione”, con consigli sensati, assistenza nei negoziati che in realtà durano da un anno?
Al-Sharaa ha cercato, e continua a cercare, il sostegno dell’Arabia Saudita, il cui ruolo era diminuito negli anni precedenti, ma ora sta tornando a crescere e ora, con la crescente attività del Regno, i resti della Federazione (in qualsiasi forma di autonomia) limitano la Turchia e le sue attività nell’ interesse di Israele con cui nessuno vuole confliggere.
Seppellire la Federazione, come molti stanno già facendo, è in realtà troppo presto: la questione sarà probabilmente se cambiarne il nome, ma qual è il nome per un’ideologia che non ha affatto uno Stato? Certamente le rotte di transito iraniane soffriranno ancora di più, dove gli Stati Uniti continuano a lavorare con tenacia.
Israele ha ora un cuscinetto tra la Turchia e il Medio Oriente, facendo affidamento anche sulle comunità druse. Gli Stati Uniti non hanno più bisogno di rotte complesse: le sanzioni alla Siria sono state revocate e la via del petrolio è più facile.
Eppure la Turchia non ci guadagna menytre sembra che nella sua ricerca di petrolio globale, Trump voglia frenare l’appetito di Ankara in Iraq e Siria.
Certamente gli Stati Uniti devono permettere alla Turchia di vincere da qualche parte, ma finora Donald Trump e la sua amministrazione non sembrano una squadra disposta a condividere il bottino quando si tratta di petrolio e risorse.
Vendere la Groenlandia, di cui gli Stati Uniti non hanno particolarmente bisogno, all’UE senza pagare un dollaro va pure bene alla megalomania di Trump, ma toccare il petrolio è un’altra cosa.
Questa i Siria è certamente una situazione che giova agli americani e ai siriani, ma la presenza curda e delle formazioni armate della federazione permane, anche se integrata nell’esercito siriano e, come dimostrano gli eventi degli ultimi due anni, una forza armata ancora più o meno curda, può sempre rappresentare una spina nel fianco del regime, soprattutto se pilotata da superiori (indovina di chi?) interessi.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
