di Balthazar
Keir Starmer è arrivato a Pechino questa settimana con un messaggio pensato per incuriosire il capitale globale: la Gran Bretagna non sceglie tra gli Stati Uniti e la Cina, ma sta cercando di monetizzare l’imminente era di frammentazione geopolitica.
Le minacce tariffarie del presidente dei Trump, a seguito dei recenti rapporti fra Canada e Cina, indicano che la diplomazia economica può trasformarsi in guerra economica. Starmer invece si sta muovendo nella direzione opposta, con pragmatismo commerciale in un mondo in cui l’ideologia è ormai diventata politica.
Se la globalizzazione non è finita si va certamente frammentando, . Commercio, tecnologia e capitali ora si muovono attraverso canali politici concorrenti. I governi stanno ri-plasmando le catene di approvvigionamento, le valute rispondono ai segnali diplomatici e gli investitori sono costretti a “a dare un prezzo alla politica”.
Il viaggio di Starmer quanto pare è una scommessa sul capitalismo multipolare dove Gran Bretagna vuole agire come economia-cerniera legata al sistema finanziario statunitense, ma mantenendo un legame economico con la Cina.
Londra si trova in una posizione privilegiata perché ospita uno dei mercati dei capitali più ricchi al mondo, una valuta globale e un sistema legale di cui si fidano le multinazionali. Un Regno Unito che commercia con Washington e Pechino, corteggia i capitali stranieri potrebbe assegnare a Londra un suo spazio geopolitico.
Anche la sterlina potrebbe beneficiarne se questa strategia avesse successo. Le valute sostenute da mercati solidi e credibilità istituzionale attraggono capitali durante le tensioni geopolitiche e il Unito potrebbe diventarne un canale, mentre i dazi accelerano la frammentazione, che a sua volta crea domanda di intermediari, strumenti di copertura e servizi finanziari.
La storia favorisce gli intermediari. Svizzera, Singapore e Hong Kong che hanno costruito ruoli globali coinvolgendo numerosi centri di potere durante periodi di rivalità geopolitica. La Gran Bretagna sta tentando una svolta simile forte di dimensioni, lingua e infrastrutture finanziarie.
Le potenze medie traggono vantaggio dallo scontro tra giganti. Ad esempio, Messico, Vietnam, India, alcune regioni dell’Africa e le economie del Golfo stanno già assorbendo la produzione e i capitali deviati. La Gran Bretagna mira a catturare il lato finanziario di questa redistribuzione.
L’affermazione di Starmer secondo cui il Regno Unito non ha bisogno di scegliere è una sfida diretta al bipolarismo, mentre la retorica di Trump insiste sull’allineamento dei partner e Pechino cerca influenza attraverso l’integrazione economica.
Per decenni, Londra ha prosperato come hub, una Svizzera finanziaria tra Washington e Pechino definirebbe la traiettoria economica della Gran Bretagna con un segnale agli investitori: la Gran Bretagna intende competere nell’era del capitale multipolare poiché le minacce tariffarie di Trump creano volatilità che alimenta i mercati finanziari e il capitale speculativo.
La geopolitica è ormai un fattore determinante nell’allocazione degli asset e i paesi che si posizionano come intermediari indispensabili possono ricavare un valore enorme valore economico.
Quella del laburista Starmer è una linea differente rispetto a quell’area di libero scambio realizzata dalla Unione Europea con i recenti accordi di Nuova Dehli, ma deve fare i conti con la potenza economico-industriale europea da cui la Gran Bretagna si è esclusa con reciproco svantaggio. Confermare la sua potenza a livello finanziario non significa renderla una Potenza nel gioco che è comunque multipolare.
