di Gino Piacentini
La decisione dell’UE sullo stop alle vendite di auto benzina e diesel dal 2035 slitta al 16 dicembre. Un rinvio di pochi giorni che dice però molto: il pressing di Berlino e dell’industria – con il cancelliere Merz e manager come Elkann – ha aperto una crepa in un percorso che sembrava ormai definito.
Il nodo è sempre lo stesso: la transizione energetica va fatta, ma come? Oggi le auto rappresentano oltre il 60% delle emissioni del trasporto su strada in Europa, ed è da qui che nasceva il divieto del 2035, pilastro del Green Deal. Le ultime settimane hanno però rimesso tutto in discussione. Le case automobilistiche chiedono più flessibilità: non solo elettrico puro, ma spazio anche a ibride plug-in, range extender e biocarburanti avanzati.
La Germania teme un impatto troppo forte sulla sua industria e vuole un ventaglio di tecnologie più ampio per non perdere terreno rispetto alla concorrenza cinese. L’Italia, dal canto suo, punta soprattutto sul riconoscimento dei biocarburanti – un settore in cui ha sviluppato una filiera significativa – e la premier Meloni ha firmato una lettera con altri cinque Paesi per chiedere una revisione complessiva delle regole.
Al centro della richiesta comune c’è un principio semplice: neutralità tecnologica. Niente scelte obbligate, ma la possibilità di usare tutte le soluzioni disponibili per ridurre le emissioni. Una posizione che riguarda anche i mezzi pesanti, per cui diversi governi contestano obiettivi considerati irrealistici in assenza di infrastrutture e tecnologie mature.
Intanto, a Bruxelles, il confronto politico continua. Il ministro Adolfo Urso ha incontrato i colleghi europei per costruire un fronte comune e spingere su una politica industriale meno ideologica e più pragmatica. Il messaggio, in sintesi, è che la transizione è necessaria, ma va gestita senza mettere in ginocchio l’automotive europeo. Perché, come ricordano i sei Paesi nella loro lettera, «non c’è nulla di verde in un deserto industriale».
