Esteri

Strozzare Cuba è illegittimo, ma conviene a tutti per non irritare Trump

di Giuliano Longo (*)

 

La possibilità di un blocco navale statunitense contro Cuba è entrata nel dibattito politico e mediatico. Il 24 gennaio 2026, il viceministro degli Esteri cubano Carlos Fernández de Cossío ha denunciato quello che ha descritto come un “brutale” tentativo del governo statunitense di impedire l’arrivo di carburante nel Paese.

 

Una misura che costituirebbe un atto di aggressione contro uno Stato che non rappresenta una minaccia per Washington, privo di difese militari in grado di contrastare un conflitto con l’America.

 

Peraltro soggetto ad embargo statunitense da oltre 60 anni e dipendente dalle importazioni da Cina, dalla Russia dal Messico con altri Paesi latinoamericani – – fra i quali in precedenza il Venezuela –   più per necessità di sopravvivenza, che per affinità ideologiche

 

Il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha affermato che Mosca sta seguendo attentamente i resoconti della stampa internazionale e altre informazioni ufficiali sulla questione., ma non pare abbia alcuna intenzione seria e immediata per aiutare Cuba sia per la lontananza che per l’impegno profuso nel logorante conflitto ucraino.

 

Il quotidiano statunitense Politico ha rivelato che il presidente Donald Trump prevede  l’imposizione di un blocco navale per interrompere le forniture di petrolio a Cuba, nell’ambito di una strategia di pressione  per  provocare il  cambio di regime sull’isola.

 

Secondo l’articolo  la proposta sarebbe stata discussa ai vertici della Casa Bianca, ma ad oggi non vi è stata alcuna conferma pubblica o decisione ufficiale, anche se  il direttore del Museo Cubano della Diaspora di Miami, ha avvertito che di fronte a “un blocco navale che impedisca l’ingresso del petrolio a Cuba, il governo sarebbe costretto a sedersi e negoziare“,

 

Di cosa avrebbero bisogno gli Stati Uniti per imporre il blocco navale a Cuba

 

Ciò solleva una domanda chiave: quanto potrebbe essere fattibile e imminente il  blocco navale statunitense contro Cuba? Da una prospettiva militare e operativa, un blocco navale efficace contro Cuba richiederebbe un’operazione navale sostenuta, complessa e su larga scala, che vada ben oltre una semplice presenza deterrente nei Caraibi.

 

In primo luogo, gli Stati Uniti dovrebbero schierare e mantenere permanentemente una forza navale in grado di controllare i principali punti di accesso marittimo dell’isola.

 

Cuba ha oltre 5.700 chilometri di costa, numerosi porti commerciali chiave (L’Avana, Matanzas, Cienfuegos, Santiago de Cuba, Mariel) e si trova in un’area di intenso traffico marittimo internazionale. Un blocco efficace richiederebbe la copertura simultanea di più aree, sia a nord che a sud dell’isola, nonché delle rotte di avvicinamento dal Golfo del Messico, dai Caraibi occidentali e dall’Atlantico.

 

Inoltre, un blocco navale non si limiterebbe all’intercettazione delle navi cubane. Per essere efficace, gli Stati Uniti dovrebbero intercettare o ispezionare navi di paesi terzi, aumentando notevolmente la complessità operativa e il rischio diplomatico, poiché molte di queste navi batterebbero bandiera straniera e trasporterebbero carichi commerciali considerati legali dal diritto internazionale.

 

Ma ormai anche gli atti di pirateria non sembrano impensierire the Donal che aveva prima cominciato a sequestrare sei petroliere Venezuelane e successivamente anche un paio di russe, decidendo di rapire Maduro e oggi studiando come eliminare i vertici di governo iraniano. .

 

Quindi escluso il blocco navale vero e proprio, peraltro costoso, è sufficiente la pressione economica e logistica,  una maggiore sorveglianza marittima nei Caraibi, ispezioni selettive delle navi con vari pretesti, una pressione indiretta su compagnie di navigazione, assicuratori e operatori portuali.

 

Strozzare Cuba bloccando il petrolio Messicano dopo che ha perso quello venezuelano

Il Messico è il principale partner commerciale degli Stati Uniti, ma è anche il principale fornitore di petrolio di Cuba da quando gli Stati Uniti hanno preso il controllo del greggio venezuelano.

Ora, la presidente Sheinbaum deve gestire il suo rapporto con un Trump volubile, che a volte ha elogiato la sua leadership e a volte ha minacciato di inviare l’esercito americano nel suo paese per combattere il traffico di droga, il tutto mentre lei cercava di non creare frizioni con il partito di sinistra della sua coalizione Morena e altre formazioni filocubane.

Questo equilibrio è diventato ancora più difficile per Sheinbaum la scorsa settimana, in seguito alle notizie secondo le quali la compagnia petrolifera statale Pomex  ha sospeso una spedizione di petrolio diretta a Cuba.

Trump,  dichiarando lo stato di emergenza nazionale per quelle che ha definito minacce poste dal governo cubano,  ottiene  ampia discrezionalità nell’imporre dazi sulle importazioni da paesi ritenuti fornitori di petrolio a Cuba e mette in crisi il Governo Messicano che non sa  fino a che punto può spingersi senza innescare ritorsioni economiche da parte di Washington, o peggio.

Ormai la presidente Sheinbaum continua a rifiutarsi di rispondere duramente a Trump, preferendo parlare pubblicamente con banalità diplomatiche, anche quando si trova ad affrontare nuove pressioni.

Anche se  ha avvertito che la politica Trumpiana  potrebbe “innescare una crisi umanitaria su larga scala, con conseguenze dirette sugli ospedali, sulle scorte alimentari e su altri servizi di base per il popolo cubano. (Quindi) il Messico perseguirà diverse alternative, pur difendendo chiaramente gli interessi del Paese, per fornire assistenza umanitaria al popolo cubano, che sta attraversando un momento difficile, in linea con la nostra tradizione di solidarietà e rispetto delle norme internazionali”.

Ma con l’imminente revisione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada, anche solo l’apparenza di una resistenza alla spinta di Trump a tagliare le principali fonti di approvvigionamento petrolifero di Cuba, potrebbe avere ripercussioni economiche e diplomatiche, vanificando la silenziosa collaborazione tra Stati Uniti e Messico sulle questioni relative alla sicurezza delle frontiere e al traffico di droga.

Nel frattempo la vulnerabilità di Cuba non ha fatto che aggravarsi

Con la carenza di carburante a Cuba che innesca blackout a rotazione e aggrava la crisi economica, analisti regionali avvertono che la spinta di Trump a soffocare le rimanenti scorte di petrolio potrebbe accelerare un crollo del regime, ma non è chiaro  Washington gestirebbe le ricadute politiche, umanitarie o regionali se l’isola dovesse precipitare nel caos.

L’amministrazione Trump  ha fornito pochi dettagli su cosa accadrebbe in seguito alla crisi del regime, ma gli analisti latinoamericani avvertono che è probabile che gli Stati Uniti e il Messico si trovino ad affrontare un afflusso di migranti, anche in Florida e nella penisola dello Yucatán, in cerca di rifugio, mentre la presidente Messicana tenta di giocare la carta della ambiguità nei confronti della prepotenza del Tycoon.

Se l’attuale situazione avesse conseguenze anche sul Turismo, che è la principale fonte di entrate dell’Isola, Cuba non avrebbe vie di scampo in tempi brevissimo e ben poco efficace è l’appello al popolo dei dirigenti del vecchio motto “patria o muerte”.

Ma il ricatto sembra funzionare , se come riportato dalla agenzia Reuters, Trump avrebbe dichiarato di aver “fatto un accordo” con l’Avana. Prima le minacce e  lo strangolamento e poi  la solita mano rapace e imperialista stesa  dal “Pacificatore”. .

La normalizzazione dei rapporti tra Unione europea e Cuba può ben attendere.

 

Rispetto a 10 anni fa  è cambiato tutto, e il sostegno al regime castrista non è più una priorità  a prezzo di una crisi umanitaria per la società civile cubana senza più niente per vivere.

 

Di fronte a ciò la Commissione europea non ha niente da dire, e quel poco che balbetta sembra giustificare l’operato di Trump. “Non abbiamo commenti al momento”, la prima reazione di Paula Pinho, capo del servizio dei portavoce della Commissione.

 

A cui però si aggiunge la risposta offerta da Anour el Anouni, portavoce dell’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Kaja Kallas che parla d’altro rispetto alla questione.   “La situazione a Cuba resta preoccupante per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani“, esordisce. Quindi aggiunge: “Come Unione europea continuiamo a esortare le autorità cubane a rispettare e proteggere i diritti di tutti i cittadini”.

 

La reazione di Bruxelles agli annunci di Donald Trump sembrano dunque avvalorare la legittimità delle azioni stabilite dalla Casa Bianca e stabilire che affamare una popolazione si può.

 

E questo nonostante Kallas, in risposta  a un’interrogazione parlamentare in materia, abbia espresso “lnecessità di porre fine all’embargo statunitense e alle questioni connesse a Cuba, come l’inserimento dell’isola nell’elenco degli stati che sostengono il terrorismo”.

 

La Commissione finisce dunque con lo smentire sé stessa, pur di non inimicarsi l’attuale presidente statunitense.

 

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

Nella foto una cartina relativa alla crisi dei missili tra Usa-Russia e Cuba del 1962

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