Sudan, dopo 20 mesi di conflitto armato tra le Rapid Support Forces (RSF) paramilitari e l’esercito sudanese (SAF), sono morte almeno 20.000 persone con la metà della popolazione del Paese (25 milioni) stanno soffrendo di fame estrema in balia dei necessari e urgenti aiuti umanitari internazionali.
A Questo disastro umanitario si aggiungono i 14 milioni di sudanesi sono stati sfollati, con circa 3,1 milioni che hanno cercato rifugio fuori dal paese, principalmente in Ciad, Sud Sudan, Uganda ed Egitto.
Disastro umanitario
Come spesso accade, sono i bambini a sopportare il peso maggiore di questa guerra brutale. Secondo l’organizzazione medica Medici Senza Frontiere, uno sui sei dei pazienti curati per ferite daguerra presso il Bashair Teaching Hospital nel sud di Khartoum, aveva un’età inferiore ai 15 anni. In mezzo al conflitto in corso e all’accesso limitato alle cure mediche, il futuro dei bambini feriti, traumatizzati e orfani in tutto il paese, rimane incerto.
La violenza sessuale è diffusa anche nel conflitto sudanese. Le forze comandate sia dalla RSF che dalla SAF hanno commesso stupri e altri atti di violenza sessuale e di genere, come ha rivelato la Missione internazionale indipendente delle Nazioni Unite nel suo rapporto pubblicato in ottobre.
Il rapporto accusa entrambe le parti di usare lo stupro come arma di guerra, ma affermava che la RSF ne è la maggiore responsabile con stupri anche di gruppo, rapimenti e detenzioni di vittime in condizioni che equivalgono alla schiavitù sessuale. Con crimini di guerra e altre atrocità commesse quotidianamente e impunemente contro uomini, donne e persino bambini, il conflitto in Sudan è diventato il simbolo della peggiore umanità.
Il ruolo di “peacekeeping” dell’Unione Africana
Le iniziative di pace guidate dall’Unione Africana (UA), dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), dagli Stati Uniti, dall’Egitto e dalla Svizzera non sono riuscite a garantire un cessate il fuoco sostenibile, un accordo di pace globale o protezioni significative per la popolazione civile.
Nel maggio 2023 le due parti in guerra sembravano aver raggiunto un accordo in Arabia Saudita firmando l’accordo di Jeddah per la protezione dei civili del Sudan. L’accordo avrebbe dovuto comportare un cessate il fuoco di almeno una settimana, ma non ha fermato le atrocità sui civili, mentre proseguivano incessanti i combattimenti tra SAF e RSF.
Da quando questa iniziativa guidata dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita è fallita circa 19 mesi fa, nessuna iniziativa di pace è riuscita a porre fine alla carneficina in Sudan.
Nel suo straziante rapporto, basato su testimonianze raccolte sul campo, la missione delle Nazioni Unite ha chiarito che il Paese ha bisogno una forza internazionale di mantenimento della pace da schierare per proteggere i civili.
Ma il governo sudanese ha respinto l’appello, proprio come aveva respinto l’appello simile dell’IGAD per lo spiegamento di una forza di mantenimento della pace regionale nel luglio 2023.
Oggi la comunità globale, e in particolare l’Unione Africana, si trovano di fronte a una scelta semplice: restare passivi mentre il numero delle vittime in Sudan continua a salire, oppure adottare misure decisive, anche se ciò dovesse turbare il governo sudanese, per affrontare la crisi.
È quindi giunto il momento che l’Unione Africana intervenga nella guerra in Sudan per proteggere i civili secondo l’Atto costitutivo dell’Unione Africana, a cui il Sudan ha aderito nel luglio 2000.
Gli interessi internazionali dietro a questa devastante guerra
Nonostante si parli di un conflitto civile interno al Paese, gli interessi in gioco hanno carattere internazionale, particolarmente in medio-oriente il Paese subsahariano rappresenta un trampolino di lancio dalla Penisola Arabica all’Africa.
Gli Emirati Arabi Uniti (UAE) investono pesantemente su questa guerra sostenendo direttamente le RSF sudanesi. Abu Dhabi è il principale importatore di oro dal Sudan e ha piani multimiliardari per sviluppare porti lungo la sua costa del Mar Rosso.
Per gli Emirati Khartum è fondamentale per la propria egemonia politica ed economica in Africa e in Medio Oriente, e già nel 2019 Abu Dhabi aveva sostenuto l’RSF in per minare la transizione democratica sudanese e proteggere i propri interessi.
L’altro Paese che ha contribuito al sabotaggio della transizione democratica nel 2019 che appoggia le forze di al-Barhum attuale traballante presidente in carica a Khartum, è l’Egitto.
Il Cairo, infatti, considera l’esercito ufficiale sudanese l’unico legittimo, con cui ha un accordo di società militare dal 2021 e ha bisogno dell’appoggio del Sudan per mantenere influenza nella regione e vincere la disputa con l’Etiopia per la Grande Diga etiope del Rinascimento (Grand Ethiopian Renaissance Dam – GERD).
L’altro grande protagonista è l’Arabia Saudita che lo scorso anno ha svolto un ruolo di equilibrio in Sudan, ospitando, come sopra accennato, i colloqui falliti SAF-RSF a Gedda del maggio 2023. Il Regno sostiene al-Burhan rispetto al suo competitor Hemedti, scontrandosi così con Yemen e Abu Dhabi.
Si suppone non manchi anche il coinvolgimento dell’Iran con il quaele il Governo di Khartum in carica avrebbe ripreso le relazioni dopo la rottura nel 2016 quando si erano accentuate le tensioni tra Arabia Saudita e Iran sul conflitto yemenita. Anche Teheran potrebbe avere interessi geopolitici ed economici per l’accesso al Mar Rosso.
Tuttavia indipendentemente dalla Unione Africana, coloro che davvero possono fare la differenza sono i Paesi della Penisola Arabica, i quali non sembrano aver alcun interesse nella risoluzione del conflitto aggrappati ai loro corposi interessi. L’Occidente invece tace e negli anni scorsi, prima del conflitto i tentativi diplomatici di Cina e Russia sono già falliti.
GiElle
