di Giuliano Longo (*)
Tre giorni dopo il blitz riservato a Mosca del capo della CIA John Ratcliffe, le bocche restano cucite, ma la cortina fumogena geopolitica si fa sempre più fitta.
Ufficialmente, il viaggio viene liquidato come la solita routine di contatti tra servizi segreti. Donald Trump ha minimizzato l’accaduto con la consueta disinvoltura, smentendo categoricamente l’allarme dei media su imminenti minacce russe contro l’Europa o dossier caldi sull’Iran.
Anzi, dal suo punto di vista, la Russia non ha alcuna intenzione di attaccare l’Alleanza Atlantica: “Non c’è alcun problema, non attaccheranno mai il territorio NATO”, ha assicurato sbrigativamente l’inquilino della Casa Bianca. Parallelamente, il capo dello 007 estero russo, Sergey Naryshkin, ha confermato il tenore “ordinario” dei colloqui.
Tuttavia, la macchina diplomatica e mediatica avviata all’indomani del volo di Ratcliffe suggerisce uno scenario ben diverso.
Diversi retroscena filtrati sui giornali occidentali tratteggiano una missione in cui il direttore della CIA avrebbe intimato al Cremlino di fermare le manovre contro la NATO, paventando la risposta automatica di Washington, oltre a richiedere lo stop alla cooperazione con Teheran e fermezza sulle sanzioni.
Sebbene su queste che possiamo definire illazioni e Trump abbia sgonfiato I pericoli di uno scontro Europa Nato – Russia come una fandonia, questa campagna narrativa sul possibile attacco russo ha una sua forza d’urto ed è sostanzialmente mirata a sostenere Zelensky sino all’ultimo ucraino o al default della Russia.
Orchestrata da ambienti vicini ai “falchi” repubblicani e ai loro omologhi europei, mira a dimostrare che l’America sa usare il bastone. Ma le finalità reali di questo pressing sono molteplici: spingere il Congresso su sanzioni più rigide e bilanciare le eventuali aperture Trunpiane a Putin con la linea dura di Washington convincendo gli alleati del Vecchio Continente che lo scudo americano resta saldo.
Il paradosso ironico e grottesco di questa fase risiede proprio nell’iperattivismo della “coalizione dei volenterosi” europei. Mentre la NATO si ritrova all’improvviso a fare i conti con un declared disimpegno americano — certificato da un Trump risolutamente disinteressato a fare da baluardo all’Europa —, i governi europei continuano a moltiplicare iniziative pet garantire a Zelensky tutto il potenziale economico finaziario e militare dell’Europa.
.Con un capolavoro di coordinamento geometrico, più la diplomazia cerca faticosamente di approntare un tavolo di negoziato per congelare il conflitto, più i volenterosi europei alzano la posta con sanzioni draconiane e blitz marittimi, precludendo sul nascere qualsiasi spiraglio per una pace duratura.
Con mirabile tempismo, le loro decisioni “muscolari” riescono nel solo obiettivo di sabotare ogni iniziativa diplomatica, e far sfumare nel nulla qualsiasi iniziativa di Washington dgià alle prese con il logoramento del conflitto iraniano. Anzi parrebbe propero che da “buoni alleat” puntino su tale logoramento, pur senza intervenire nel conflitto..
Questo braccio di ferro aumenta esponenzialmente i rischi di escalation. Una deriva sfavorevole per Mosca sul campo ucraino o il superamento delle “linee rosse” da parte europea (come il blocco delle rotte commerciali) rischiano di spingere il Cremlino verso decisioni estreme o ultimatum strategici.
Finora Mosca ha limitato la reazione al piano verbale e alla minaccia dell’arma deterrente nucleare, ma la possibilità che il conflitto travalichi i confini ucraini si fa concreta se l’Europa continuerà a muoversi senza la copertura strategica delle truppe americane.
Nel frattempoIl governo italiano ribadisce il supporto a Kiev, evitando però un coinvolgimento diretto in una coalizione percepita come a rischio escalation con la Russia.
Ma ha anche richiesto ufficialmente all’Unione Europea circa 8,9 miliardi di euro di prestiti agevolati tramite il programma europeo SAFE (Security Action for Europe) per la spesa in difesa e riarmo. La cifra è inferiore al plafond massimo da 14,9 miliardi riservato all’Italia dall’UE. Le risorse serviranno a finanziare progetti di ammodernamento militare, radar e sistemi d’arma forniti dall’industria europea.
La decisione ha riacceso lo scontro politico interno sull’invio di nuovi aiuti all’Ucraina con I 5 stelle contrari e il PD dichiaratamente favorevole.
Il dilemma per l’Occidente resta comunque intatto: pensare di destabilizzare la Russia dall’interno per vincere la guerra senza innescare un’escalation nucleare si sta rivelando l’ennesima illusione.
In assenza di una revisione strategica e senza la disponibilità a compromessi dolorosi ma realistici, il continente europeo corre il rischio di trovarsi isolato di fronte a un’escalation senza rete di salvataggio, intrappolato tra l’indifferenza di Washington e l’irremovibilità di Mosca.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
