|
di Luca Ciarrocca (*) Giornalista e scrittore
Un intreccio di geopolitica e interessi personali favorisce il Cremlino con concessioni strategiche ma il Congresso USA è lacerato. Altro che nuovo ordine mondiale: la Casa Bianca “è compromessa”. Dicono che Donald Trump voglia la pace in Ucraina. Che sia il grande pacificatore. Che basterà una sua stretta di mano con Putin per risolvere il conflitto. La verità è che l’ex (e ora nuovo) inquilino della Casa Bianca non ha mai fatto la guerra a Mosca perché con Mosca è sempre stato in affari. Altro che diplomatico: Trump è il cavallo di Troia perfetto del Cremlino a Washington, il miglior investimento della Russia nel cuore dell’Impero americano. Tom Clancy l’avrebbe definito l’asset n.1. Donald si presenta come il leader forte che riporterà l’America alla grandezza, ma dietro la sua retorica ipernazionalista si cela una realtà ben diversa: un presidente compromesso, finanziariamente e politicamente, con Vladimir Putin e la rete di oligarchi russi che lo hanno sostenuto e, in più di un’occasione salvato dal disastro economico. La narrazione della “pace in Ucraina” che Trump sta tentando di accreditare non è altro che il prolungamento di un asse strategico con il Cremlino, con un obiettivo chiaro: ridefinire l’ordine globale secondo gli interessi di Mosca e, per estensione, di Pechino. Questa realtà cozza con un principio da sempre invalicabile per i repubblicani del Congresso: la Russia resta il nemico storico degli Stati Uniti, oggi più che mai. La Russian Connection di Trump non è un’invenzione giornalistica né una teoria cospirazionista: è un’intricata rete di legami finanziari e personali, documentata con prove concrete. Negli anni in cui le sue attività immobiliari e i suoi casinò di Atlantic City finivano ripetutamente in bancarotta (per ben sei volte), nessuno gli prestava soldi, le grandi banche americane chiudevano i rubinetti, ma non quelle russe e kazake. Trump fu salvato finanziariamente dal mondo ex sovietico. Un documentario investigativo olandese, The Dubious Friends of Donald Trump, ha ricostruito con precisione le operazioni attraverso cui capitali provenienti dall’ex blocco dell’Urss venivano riciclati nelle proprietà di Trump, tra cui il Trump SoHo Hotel di New York, costruito con fondi di Bayrock LLC, società legata a oligarchi russi e kazaki. Tra i nomi coinvolti spicca quello di Felix Sater, un noto mafioso russo, condannato due volte per riciclaggio e frode, con accesso diretto a Trump e alla sua famiglia (nella foto i due insieme al party di lancio del Trump SoHo Hotel Condominium il 19 settembre 2007). La questione va ben oltre il business. Il progetto mai realizzato della Trump Tower a Mosca è un esempio lampante: mentre il candidato Trump (nella prima campagna elettorale) giurava pubblicamente di non avere alcun interesse economico in Russia, i suoi emissari negoziavano con alti funzionari del Cremlino, con la promessa che Putin stesso avrebbe concesso a Trump un intero piano dell’edificio. Il presidente/palazzinaro è un sociopatico che non capisce la vera politica ma solo il business e lo spettacolo, oggi ha scandalizzato il mondo pubblicando un indegno video generato dall’AI intitolato Il futuro di Gaza in cui si vedono danzatrici del ventre, lui e Netanyahu stesi al sole in piscina al Trump Gaza Hotel, un’enorme statua d’oro di sé stesso, e altre follie del genere. Tali atteggiamenti psicologici (un impiegato delle Poste sarebbe licenziato in tronco per insanità mentale) spiegano il comportamento remissivo di Trump nei confronti della Federazione Russa, al punto da suscitare il sospetto che Putin possa esercitare un vero e proprio potere di ricatto. Lo Zar del Cremlino si gioca Trump come vuole, è molto più scaltro, cinico, spietato, comanda in Russia da 26 anni ed è anche molto più ricco, visto che alcuni report gli attribuiscono un patrimonio di 200 miliardi di dollari. Ha anche più testate nucleari. Tutta questa storia avrebbe rischiato di venire a galla nel 2017, quando l’allora direttore dell’FBI, James Comey, iniziò a scavare nei rapporti tra la campagna elettorale di Trump e la Russia. Pessima idea. Nel giro di poche settimane, Comey venne silurato senza tanti complimenti, in quello che è stato uno dei più sfacciati atti di ostruzione alla giustizia della storia americana. Oggi, con il suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha già messo i suoi fedelissimi ai vertici di FBI, CIA e Dipartimento di Giustizia. Il messaggio è chiaro: tutte le indagini sul suo conto devono essere affossate. L’obiettivo non è solo blindare il potere, ma anche vendicarsi di chi ha osato mettergli i bastoni tra le ruote in passato. Il risultato di tutto questo? Il nuovo ordine mondiale prende forma. Trump e Putin con il loro patto degli autocrati si spartiscono il futuro del pianeta, mentre l’Europa guarda, senz’anima, paralizzata dalla mancanza di leadership e da una patologia burocratica all’ultimo stadio. Altro che alleato strategico: l’Europa annaspa elemosinando un ruolo geopolitico che non ha, per Trump il Vecchio Continente è solo un bancomat, un limone da spremere, o da schiacciare, e dei 27 Stati solo con qualcuno si può trattare direttamente (tra questi, sicuri ci sia l’Italia di Meloni al di là delle frasette che fanno titolo sui giornali e nei tiggì?). Quel che sta per accadere sul fronte ucraino è evidente, visto da Washington: stop ai fondi a Kiev, fuori Zelensky, tutte le concessioni possibili alla Russia e via le sanzioni. Una politica che destabilizza gli equilibri europei e segna una frattura profonda tra il trumpismo e l’atlantismo di maniera. La NATO va ridimensionata e l’Europa deve sapersi difendere da sola (investendo in armi e missili e distruggendo una delle poche cose buone europee: il welfare). L’Ucraina può anche tornare alla Russia, a meno che non paghi dazio all’affarista della Casa Bianca con 300 miliardi in materie prime, terre rare e altri preziosi minerali. Al massacro di decine di migliaia di giovani soldati potevano pensarci prima, oggi conta la geopolitica della geologia. Peccato che l’America sia ancora una democrazia, anche se non sappiamo per quanto. Esiste un Congresso. E se c’è un punto su cui il Partito Repubblicano è sempre stato inflessibile è il ruolo della Russia come minaccia per gli Stati Uniti. Dai tempi della Guerra Fredda, la dottrina neocon ha sempre inquadrato Mosca come un avversario strategico, indipendentemente dalla sua ideologia politica. Nel primo mandato di Trump, questa frattura interna era evidente: il Congresso, anche a maggioranza repubblicana, ha imposto sanzioni contro la Russia, ostacolato i tentativi di normalizzazione dei rapporti con Putin e persino avviato indagini sul Russiagate. Lo stesso Segretario alla Difesa di Trump, James “Mad Dog” Mattis, non ha mai nascosto la propria diffidenza verso la politica del presidente n. 45 nei confronti del Cremlino. E infatti fu costretto a dimettersi. Oggi la situazione è ancora più drammatica. Nel suo primo mese alla Casa Bianca, il presidente ha fatto piazza pulita del Deep State annidato nei corridoi del Dipartimento di Stato, CIA, FBI e nelle 18 agenzie dell’intelligence ma è anche vero che al Congresso i repubblicani sono lacerati: tra seguire il proprio leader, chiudendo un occhio su una possibile subordinazione agli interessi russi, e difendere la storica linea dura contro Mosca, rischiando uno scontro interno che potrebbe spaccare il partito. Alle elezioni di Midterm mancano solo 20 mesi e il pendolo notoriamente oscilla, visto che oggi i repubblicani alla Camera hanno la più piccola maggioranza dal 1931: 219 seggi sui 218 richiesti. Trump è meno Re e Imperatore di quel che sembra (statue d’oro in Palestina a parte). La tesi dei pessimisti è che la Russian Connection non è solo un’anomalia politica, ma una minaccia concreta alla sicurezza nazionale americana e agli equilibri mondiali. L’uomo che si proclama difensore dell’America è in realtà il presidente più compromesso con una potenza straniera ostile, nella storia degli Stati Uniti. Se il Congresso repubblicano cederà alle pressioni del trumpismo, la politica estera americana subirà una svolta irreversibile, lasciando campo libero a Mosca e aprendo la strada a una nuova Troika autocratica globale di padroni del mondo: Putin, Trump e Xi Jinping. La tesi degli ottimisti si fonda invece sulla constatazione che le aperture di Trump hanno riavvicinato Stati Uniti e Russia, creando opportunità di cooperazione per risolvere il conflitto in Ucraina.
|
Le trattative tra Donald e Vladimir (affari e arricchimenti personali a latere) potrebbero addirittura segnare l’inizio di una nuova era per l’ordine internazionale, con un accordo globale di non belligeranza che comprenda anche la Cina, alleata di Putin e vero ‘nemico sistemico’ dell’America. Siete tra i pessimisti, gli ottimisti o gli ibridi?
