di Giuliano Longo (*)
Non ci si può fidare di Trump; è un bugiardo e può dire una cosa e farne un’altra. Questa la dichiarazione del colonnello Zolfaghari, portavoce del Comando Centrale Khatam al-Anbiya delle Guardie Rivoluzionarie.
L’Iran si sta preparando a respingere un possibile attacco di terra; il Paese ha annunciato una campagna di reclutamento di volontari nell’ambito del programma “Sacrificare le Vite” con unità di volontari che assisteranno l’esercito iraniano nel respingere un eventuale attacco.
Trump nei giorni scorsi ha ribadito che gli Stati Uniti hanno “già vinto” e che all’Iran restano “solo pochi giorni”. In questo contesto, lo Stato Maggiore iraniano ha dichiarato che, in caso di operazione di terra, i soldati americani riceveranno una “calorosa accoglienza” e che gli squali del Golfo Persico sono affamati in attesa con impazienza l’inizio dell’operazione di sbarco.
Nel frattempo, la nuova Guida Suprema iraniana ha ribadito la condizione posta da Trump in merito al risarcimento dei danni causati. Se gli Stati Uniti si rifiutano, l’Iran confischerà beni per un valore equivalente e, qualora ciò si rivelasse impossibile, distruggerà proprietà nella stessa misura.
Affermazioni di propaganda sin che si vuole, ma in Occidente la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran viene solitamente descritta in termini strategici: deterrenza, escalation, pressione militare, capacità missilistica, rischio nucleare.
Per capire come l’Iran degli ayatollah possa combattere e sopravvivere a questa guerra, occorre guardare anche a al mondo morale e religioso attraverso il quale la Repubblica Islamica interpreta il suo potere, la sua perdita e, soprattutto, la resistenza.
Non si tratta semplicemente di uno Stato sotto attacco, ma di uno Stato il cui nucleo ideologico è da tempo condizionato dalla teologia politica sciita di martirio, sacrificio e resistenza sacra.
Dopo l’assassinio della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei negli attacchi israeliani e statunitensi durante il Ramadan, gli integralisti hanno celebrato partecipatissime cerimonie religiose patrocinate dallo Stato nonostante i bombardamenti incessanti
Tra i lealisti della Repubblica Islamica, soprattutto all’interno della forza paramilitare Basij, ci sono persone pronte a morire da martiri per quello che considerano il governo religioso guidato da Dio.
Il richiamo è al martirio dell’Imam ʿAlī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero di Maometto, figura centrale dello sciismo, che avvenne il 28 gennaio 661 (21 Ramadan) a Kufa, in Iraq, per mano del kharigita Abd al-Rahman ibn Muljam. Colpito da una spada avvelenata alla testa durante la preghiera, ʿAlī morì due giorni dopo, e il suo martirio è commemorato ogni anno con profondo lutto e addirittura con fedeli autoflagellanti
Un evento alla base della religione sciita richiamando il quale la quale la Repubblica islamica si è sostenuta per decenni, legittimando al contempo la repressione in patria e all’estero. La Repubblica islamica non è mai stata semplicemente uno stato burocratico, ma si è anche presentata fin dall’inizio come un progetto morale, che fondeva la sovranità con la storia sacra .
Nella tradizione sciita, quell’ evento storico rappresenta il potere ingiusto, la sofferenza innocente, la giusta resistenza e il sacrificio redentore, ricordando ai credenti che l’oppressione non significa necessariamente sconfitta e che la morte può diventare una forma di testimonianza.
Ecco perché il martirio non è un tema secondario della narrazione della Repubblica islamica, ma uno dei suoi valori organizzativi centrali. Per anni, l’ordine dominante ha tratto legittimità presentandosi come vittima giusta e custode di una sacra lotta contro Estekbar (l’imperialismo), la dominazione, l’umiliazione e l’aggressione straniera.
La strategia dell’Iran nella guerra attuale è sempre più improntata a una lunga resistenza contro i nemici: sopravvivere ai colpi, interrompere i flussi energetici e scommettere sul fatto che la risolutezza politica di Washington e delle capitali alleate si spezzerà prima di quella iraniana. Gli stessi rapporti di intelligence suggeriscono che, nonostante le pesanti perdite, non vi siano stati segni visibili di collasso interno anche sotto i bombardamenti.
Il ricordo della guerra Iran-Iraq (1980- 19889 allora sostenuto da Stati e Uniti, con una stima di 500mila morti, ha lasciato nella Repubblica islamica una cultura di resistenza e sacrificio, oltre all’esperienza acquisita nel sopravvivere a prolungate pressioni esterne, nonostante l’immenso costo umano per gli iraniani.
Molti iraniani che disprezzano la Repubblica islamica potrebbero quindi reagire negativamente all’attacco straniero, non per lealtà alla Repubblica, ma per nazionalismo, paura, dolore o orrore di fronte a una punizione collettiva.
La violenza esterna può anche restringere lo spazio pubblico, intensificare la mentalità da assedio e permettere allo Stato di presentarsi, ancora una volta, come difensore della nazione anziché come artefice della repressione.
La Repubblica islamica ha spesso tratto vantaggio quando la rabbia interna è stata sostituita da una minaccia esterna. In tempo di pace, i suoi fallimenti vengono alla luce: corruzione, repressione, declino economico, regime coercitivo. In tempo di guerra, soprattutto sotto un attacco straniero illegale, può recuperare un’immagine di un strenuo custode della resistenza.
Ciò non significa che la teologia della Repubblica Islamica sia persuasiva, anzi è probabile che la prossima leadership iraniana si troverà ad affrontare una base di fedelissimi in declino e gravi interrogativi a lungo termine sulla propria legittimità, mentre molti iraniani hanno già da tempo smesso di credere nella narrativa sacra dello Stato.
Ma la teologia politica non ha bisogno di una fede universale per funzionare, bensì di un numero sufficiente di fedeli, di istituzioni, di rituali e di paura sufficienti a trasformare la sofferenza in coesione.
Questo rende la guerra attuale moralmente e politicamente pericolosa. Se gli Stati Uniti e Israele immaginano che una forza schiacciante priverà semplicemente la Repubblica islamica di ogni significato, potrebbero fraintendere il tipo di ordine politico-teologico contro cui stanno combattendo.
La richiesta di Trump di una “resa incondizionata” da parte dell’Iran, che allontana la guerra da obiettivi strategici limitati per indirizzarla verso l’umiliazione e la sconfitta totale, non solo innesca un’escalation, ma fornisce alla Repubblica islamica esattamente la descrizione del tipo di nemico esterno.
In un immaginario strategico laico, la violenza indebolisce e distrugge gli Stati, ma in un immaginario politico-teologico, la violenza può rafforzare, confermandolo, uno scopo sacro. Uno stato ideologico che si vede attraverso lla resistenza sacra può perdere comandanti, infrastrutture e territorio, ma guadagnare comunque qualcosa di simbolicamente vitale con il linguaggio del martirio.
Tutto ciò non significa negare la brutalità della Repubblica Islamica e tanto meno esaltarne la sua componente religiosa, ma tener conto che tale teologia è stata spesso usata cinicamente, mandando le persone a morire mentre si santificava.
Se si vuole capire come la Repubblica Islamica sopravviva, occorre comprendere che la sua resilienza non è solo militare o istituzionale, ma anche simbolica nella sua capacità di trasformare il dolore in autorità morale.
La dimensione religiosa è importante non perché questa guerra riguardi semplicemente la religione, ma perché la religione contribuisce a trasformare la sofferenza in significato politico. La Repubblica islamica è forte quando può contrattaccare, ed è altrettanto forte quando riesce a convincere un numero sufficiente di persone che resistere a un attacco è di per sé una forma di vittoria.
La guerra contro l’Iran potrebbe quindi produrre un paradosso sorprendente: indebolendo le fondamenta materiali dello Stato, ma alimentare la narrazione sacra attraverso la quale esso continua a vivere.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
