di Marco Palombi (*)
E quando un bene pubblico diventa condizionato, la differenza tra chi può pagare e chi non può pagare diventa geopolitica.
Questa dinamica si innesta direttamente sui vettori di permacrisi che, come abbiamo scritto in Storie di futuri possibili nel 2025, agiscono da attrattori e amplificatori: polarizzazione statunitense, fragilità economica, competizione tecnologica, pressione migratoria e demografica; non come temi, ma come moltiplicatori di instabilità, capaci di trasmettere shock e di trasformare frizioni in fratture (Palombi, 2025).
In termini operativi, la “exit strategy” americana accelera la regionalizzazione dell’ordine, aumenta il costo della coesione interna nelle democrazie, e accresce la probabilità che crisi locali si saldino in concatenazioni sistemiche.
Per l’Europa, il primo effetto è securitario e fiscale insieme: l’incremento del carico di difesa come condizione di credibilità.
La Commissione europea stima che la spesa per la difesa nell’Unione sia cresciuta dall’1,3% del PIL nel 2023 all’1,5% nel 2024, con un livello atteso all’1,6% nel 2025 e nel 2026, sulla base delle misure annunciate entro la primavera 2025; ciò implica, per definizione, una riallocazione di bilancio in un contesto già segnato da vincoli di debito e di crescita debole (European Commission, 2025a).
La pressione verso soglie più elevate non è un capriccio: la NATO, nelle proprie stime, registra un’accelerazione della spesa e un aumento dei Paesi che superano il 2%; e SIPRI evidenzia che il 2024 ha segnato una crescita eccezionale della spesa militare europea, con la spesa in Europa (inclusa la Russia) salita del 17% fino a 693 miliardi di dollari, superando i livelli di fine Guerra fredda (SIPRI, 2025b).
Il punto politico è lineare: se la protezione americana viene percepita come meno automatica, l’Europa deve acquistare deterrenza con risorse proprie; ma acquistare deterrenza significa comprimere, a parità di gettito, altre funzioni della coesione sociale, proprio mentre la demografia erode la base contributiva.
Qui la contabilità torna geopolitica. Sul caso italiano, documenti della Commissione indicano un rapporto debito/PIL atteso intorno al 136,4% a fine 2025 e 137,9% a fine 2026; grandezze di questa scala trasformano ogni punto di PIL di spesa aggiuntiva in un problema politico, non solo economico (European Commission, 2025b).
Se la traiettoria di difesa europea passa anche solo dall’1,6% verso il 2% in pochi anni, la differenza non è marginale: è un trasferimento di decine di miliardi annui, che in economie a bassa crescita produce inevitabilmente conflitto distributivo. E quando il conflitto distributivo incontra la crisi di legittimità, la coesione smette di essere un fatto culturale e diventa una variabile di sicurezza.
Il secondo effetto è commerciale-industriale: l’Europa subisce la trasformazione dell’accesso al mercato USA da principio a privilegio, e insieme subisce la riallocazione delle catene del valore verso spazi “amici” o domestici; ciò accelera una competizione intra-occidentale per capitali e impianti, proprio mentre l’energia resta un fattore di costo. La conseguenza tipica non è l’implosione immediata, ma la deindustrializzazione per attrito: investimenti che non arrivano, filiere che si spostano, energia più cara, costo del capitale più elevato. In parallelo, la guerra e la deterrenza riducono lo spazio fiscale. In altre parole, l’Europa affronta contemporaneamente tre “tasse”: la tassa della sicurezza, la tassa dell’energia, la tassa della frammentazione commerciale.
Il terzo effetto è demografico-sociale, ed è quello che tende a diventare irreversibile. La fertilità nell’Unione è scesa a 1,38 nati vivi per donna nel 2023, in calo da 1,46 nel 2022; il dato non descrive una crisi ciclica, ma un vincolo strutturale che riduce crescita potenziale, aumenta il peso relativo delle pensioni e comprime la flessibilità fiscale (Eurostat, 2025a; Eurostat, 2024). In questo contesto, l’immigrazione è insieme necessità economica e shock politico. La Commissione europea indica un’impennata della net immigration nell’UE: circa 4 milioni nel 2022 e quasi 3 milioni nel 2023; numeri che, in sistemi politici fragili, trasformano rapidamente la gestione migratoria in polarizzazione, e la polarizzazione in instabilità di governance (European Commission, 2025c).
L’asimmetria è evidente: senza forza lavoro, la sostenibilità fiscale peggiora; con afflussi non governati, la coesione peggiora; e in entrambi i casi il margine politico si riduce.
A completare il quadro interviene la dimensione criminale-finanziaria, spesso trattata come tema “separato” ma in realtà strutturale: Europol stima che le approssimazioni più recenti dei profitti annui di nove mercati criminali nell’Unione vadano da 92 a 188 miliardi di euro; grandezze di questa entità competono con segmenti rilevanti della spesa pubblica e, soprattutto, si innestano su logistica, porti, costruzioni, servizi e flussi migratori, cioè sulle infrastrutture materiali della sovranità (Europol, 2023). In un’Europa sottoposta a stress fiscale e a frammentazione politica, l’economia criminale non è soltanto un problema di ordine pubblico: diventa un “attore” di distorsione sistemica.
In questo scenario, gli attrattori europei che abbiamo misurato nel libro già citato – implosione demografica, stagnazione produttiva, vulnerabilità energetica, disuguaglianza territoriale, crisi epistemologica, dipendenza strategica, pressione migratoria, criminalità transnazionale – non sono più tendenze da osservare, ma moltiplicatori che aumentano la probabilità di traiettorie divergenti tra Stati membri e, dunque, la probabilità che l’Europa affronti la transizione non come soggetto, ma come spazio (Palombi, 2025).
In Asia, il cuore dell’impatto è la fine della neutralità della globalizzazione: catene del valore e tecnologia non sono più allocate principalmente per efficienza, ma per affidabilità geopolitica. La leva tariffaria e il controllo delle esportazioni riorientano investimenti e flussi; l’effetto principale non è soltanto la riduzione di un export verso gli Stati Uniti, ma la riconfigurazione del profilo rischio-rendimento degli impianti. Dove prima valeva l’ottimizzazione, ora vale la ridondanza. E la ridondanza, per definizione, costa.
Qui la Cina rappresenta il nodo strutturale degli squilibri. I dati collegati alla World Bank indicano che la spesa per consumi finali delle famiglie e delle NPISH[i] in Cina è stata circa il 39,57% del PIL nel 2023; una quota bassa rispetto alle economie avanzate, che riflette un modello che genera surplus e pressione competitiva sulle industrie altrui (World Bank, 2025; Trading Economics, 2025).
In termini sistemici, ciò significa che la “exit strategy” americana non è soltanto risposta a un deficit commerciale, ma risposta a un’architettura globale in cui grandi aree generano surplus persistenti; quando l’assorbitore finale decide di ridurre l’assorbimento, l’aggiustamento non può che avvenire attraverso prezzi, cambio, disoccupazione, o conflitto politico interno nei Paesi esportatori.
Nel teatro indo-pacifico, la trasformazione della deterrenza è parallela: meno universalismo e più selettività significa che alleanze e posture diventano più condizionate, e dunque più interpretabili. L’ambiguità strategica – soprattutto su Taiwan e sulle zone grigie nel Mar Cinese Meridionale – diventa più rischiosa, perché il calcolo degli attori dipende dalla credibilità percepita e dalla velocità di reazione, non dalla retorica.
In questa cornice, la spesa militare globale e regionale segnala l’aumento della “probabilità di incidente”: SIPRI riporta che la spesa militare mondiale è salita a 2,72 trilioni di dollari nel 2024, +9,4% in un anno, con Stati Uniti a 997 miliardi; non è soltanto riarmo, è un indicatore di aspettative di instabilità, e dunque di una governance più fragile (SIPRI, 2025a; Reuters, 2025).
Quando le aspettative di instabilità crescono, gli attori investono in capacità; quando investono in capacità, aumentano le opzioni; quando aumentano le opzioni, cresce la probabilità di errore, di errore di calcolo o di escalation non voluta, è un circuito.
Il secondo mandato trumpiano spinge ulteriormente questa logica: la finanza viene “gerarchizzata”, i flussi diventano controllati, la tecnologia diventa dominio di sicurezza; e in Asia ciò accelera una doppia dinamica: da un lato, riallineamenti (friend-shoring) e competizione per impianti; dall’altro, rafforzamento di blocchi e meccanismi alternativi, inclusi tentativi di ridurre la dipendenza dal dollaro. Ma i dati COFER del FMI mostrano che il declino del dollaro nelle riserve è stato reale e lento: intorno al 58% nel 2024, contro livelli sopra il 70% alla fine degli anni Novanta; abbastanza per indicare una tendenza, non abbastanza per sostituire rapidamente l’infrastruttura di liquidità del sistema (IMF, 2025).
Ne consegue che l’Asia non entra in un “post-dollaro”, entra in un “dollaro meno universale ma ancora dominante”, cioè in una fase in cui la frizione aumenta perché l’ordine monetario non cambia abbastanza in fretta da stabilizzare i nuovi blocchi, e non rimane abbastanza stabile da ridurre il rischio.
Nel Sud globale l’effetto è più crudo perché la “exit strategy” non sostituisce ciò che ritira con un’architettura universale alternativa; produce piuttosto una competizione di patronati, una selezione delle priorità e una riduzione della prevedibilità.
Quando l’accesso al mercato statunitense è condizionato e la protezione è selettiva, i Paesi a capacità fiscale debole assorbono lo shock per il canale più rapido: prezzo delle importazioni, valuta, inflazione, conflitto sociale.
Il canale delle commodities è il primo moltiplicatore. Tariffe doganali, sanzioni e riallineamenti logistici aumentano la volatilità di energia, minerali e alimentari; la volatilità, in Paesi con debito estero e basso margine fiscale, produce crisi di bilancia dei pagamenti e instabilità. In parallelo, la dinamica migratoria si irrigidisce verso l’Occidente; ma la pressione demografica non si arresta. Ne risulta una congestione: popolazioni giovani e crescita urbana rapida, a fronte di accesso limitato a capitali a basso costo e a mercati stabili. È lo scenario tipico in cui le reti criminali e i gruppi armati diventano fornitori di reddito e di ordine; e dunque la frammentazione non è soltanto politica, è economica.
In questo quadro, il dato europeo sulla crescita dell’immigrazione netta nel 2022–2023 indica un effetto di spillover diretto: quando i corridoi migratori non possono essere governati come flussi ordinari, diventano shock politici nei Paesi di arrivo e, simultaneamente, valvole di sfogo nei Paesi di partenza; in entrambi i casi, riducono la capacità di pianificazione e aumentano la vulnerabilità a interferenze e strumentalizzazioni (European Commission, 2025c). È qui che la permacrisi, da concetto, diventa tecnica di lettura: non una crisi, ma l’interazione stabile di crisi che si alimentano a vicenda (Palombi, 2025).ù
(*) Economista
3/segue
[i] In ambito economico e statistico, l’acronimo NPISH sta per Non-Profit Institutions Serving Households (in italiano: Istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie).
È una categoria specifica utilizzata nella contabilità nazionale (come quella della World Bank o dell’Eurostat) per identificare entità che forniscono beni o servizi a individui o gruppi, gratuitamente o a prezzi non economicamente rilevanti.
Queste organizzazioni non sono controllate dallo Stato, ma non operano nemmeno per trarre profitto. I principali esempi includono:
- Associazioni di beneficenza e ONG (come la Croce Rossa o Medici Senza Frontiere).
- Sindacati e associazioni professionali.
- Partiti politici.
- Organizzazioni religiose (chiese, moschee, templi).
- Club sportivi e ricreativi (non professionistici).
- Associazioni culturali e di mutuo soccorso.
Nei report che citiamo (come quelli della World Bank sulla Cina), spesso si incontra la voce:
“Households and NPISHs final consumption expenditure”
Questo perché, statisticamente, i consumi di queste organizzazioni sono considerati un’estensione del benessere delle famiglie. Se un’associazione fornisce cibo o assistenza sanitaria gratuita, quel valore viene aggiunto alla spesa dei cittadini per avere un quadro reale del tenore di vita di una nazione.
