di Giuliano Longo (*)
“Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela”: lo ha detto il presidente americano Donald Trump, parlando con i reporter a bordo dell’Air Force One, minacciando un secondo attacco se chi è al potere a Caracas non si comporterà come richiesto da Washington.
“La Colombia – ha aggiunto – è governata da un uomo malato, ma non lo farà ancora per molto tempo: l’operazione Colombia mi sembra una buona idea“, mentre nel suo delirio di onnipotenza, ha minacciato anche il Messico per il traffico di droga e migranti: “Dobbiamo fare qualcosa, deve darsi una regolata“.
Cuba invece è “pronta a cadere” poichè l’Avana non può “resistere” senza ricevere petrolio venezuelano, ma non crede “sia necessaria alcuna azione, sembra che stia crollando”. L’esperienza della fallimentare invasione americana della Baia dei Porci a Cuba del 1961 è lontana, ma si sa mai….
Per quanto riguarda la vicepresidente Delcy Rodríguez investita dalla Corte Suprema venezuelana come presidente ad interim, nel corso di una precedente intervista al The Atlantic ha affermato che. “Se non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso in Venezuela. Non potrebbe andare peggio”.
Poi per non farsi mancare niente, The Donald ha anche rilanciato le mire espansionistiche Usa sulla Groenlandia “per motivi di difesa”.
Superato l’impatto delle notizie provenienti da Caracas domenica mattina, è evidente che si è trattato di un’operazione mirata, con l’obiettivo primario e unico di catturare Nicolás Maduro, ma non quello di lanciare un’operazione di terra in Venezuela o di infliggere danni militari definitivi al Paese.
Anche obiettivi militari sono stati certamente attaccati, ma non esistono prove di un massiccio attacco missilistico contro il Paese o di lanci di paracadutisti su installazioni militari chiave – a parte il rapimento del presidente stesso da parte delle forze speciali statunitensi sicuramente favorite da una “quinta colonna” all’interno del Paese, collegata con la CIA. al lavoro da tempo.
Al momento non pare che Caracas stia crollando e cadendo nelle mani dell’opposizione venezuelana sostenuta dall’Occidente, come María Machado o Edmundo González, già oggetto di pressioni da parte dell’Europa che evidentemente non dispone – come al solito – di antenne locali adeguate.
La stessa premio Nobel per la pace Machado, già contattata da Giorgia Meloni, per Trump risulta “inadeguata” a prendere il posto del Presidente rapito e altri nomi di candidati attendibili alla successione per ora non circolano, mentre sembra una fanfaronata trumpiana quella delle gestione diretta del potere americano sul Venezuela.
La vice Rodríguez – che ha assunto numerose funzioni di governo e di Stato come ministro degli Esteri, del commercio, presidente dell’Assemblea costituente fin dall’era del presidente Hugo Chavez – oltre a ribadire la legittimità della presidenza Maduro, ha confermato lo stato di emergenza e i preparativi per respingere l’aggressione, sostenuta dal suo più grande vicino, il Brasile, che ha dichiarato di riconoscerla come capo di Stato.
Fra i vari commenti circola anche la teoria secondo la quale Trump avrebbe messo in atto la solita potente trovata pubblicitaria, simile alla attuazione del suo piano di pace per la Striscia di Gaza, che non sta procedendo da nessuna parte, mentre Hamas governa ancora Gaza.
Se è vero che nessuno ha tentato di abbattere gli elicotteri statunitensi che volavano sopra Caracas, nonostante le difese aeree venezuelane – fornite dai russi – , siano considerate tra le più sofisticate della regione, risulta che tutti gli altri membri dell’élite al potere venezuelano sono vivi e vegeti, mentre probabilmente sarebbero stati eliminati se l’obiettivo fosse stato un radicale cambio di regime.
Si tratta comunque di èlites che in ogni caso avrebbero molto da perdere con un cambio di regime imposto da Trump che non tenesse conto del loro potere talora gestito anche in modo malavitoso.
La stessa opposizione a Maduro, in attesa delle decisioni di Trump e del segretario di Stato Marco Rubio, – latino americano egli stesso e fautore della linea dura anche sull’Ucraina – ci sta andando cauta nelle dichiarazioni, mentre per ora non si registrano manifestazioni di massa a favore del golpe tutto yankee.
Anche supponendo che la cerchia ristretta di Maduro lo abbia tradito, invertire completamente le politiche del Venezuela, con l’esercito e i servizi segreti controllati da “chavisti” ideologici – e con la partecipazione di cinesi, russi e cubani- non sarà così semplice.
Gli Stati Uniti hanno certamente potenti leve di influenza. Washington non ha revocato il blocco petrolifero del Venezuela e gli americani potrebbero persino ricorrere a un’invasione su vasta scala, ma se dovesse scoppiare una guerra di vasta portata con gravi perdite americane, la situazione del presidente diventerebbe difficile, mentre Cina e Brasile potrebbero aiutare il Venezuela a sopravvivere economicamente sotto il blocco petrolifero.
E già Pechino si sta agitando ben più attivamente di quanto stia facendo Mosca dove, probabilmente, sono convinti che lasciar fare a Trump sia una ottima chance per indebolire Zelensky, mentre potrebbe spuntare con un sorta di nuova Yalta per la spartizione di nuove sfere di influenza globali.
Le opzioni al momento sono molteplici. Da Trump che riesce effettivamente a prendere il controllo del potere e del petrolio in Venezuela, sino al suo coinvolgimento in una guerra su vasta scala, o un Donald furbescamente disponibile a lasciar correre la situazione, soddisfatto dell’effetto mediatico già creato dal rapimento di Maduro, pago delle sue minacce a mezza America Latina, per ora sostenuto apertamente solo dal suo sodale argentino, l’ultraliberista Milei.
Comunque vada a finire “I rischi di violenza in qualsiasi scenario post-Maduro non dovrebbero essere sottovalutati”, lo sottolinea l’International Crisis Group di Bruxelles.
“Molti alti ufficiali militari [venezuelani]- scrive l’organizzazione indipendente – potrebbero opporsi a un cambio di regime. Anche con un accordo sui termini di una transizione (quindi) non è escluso che parti delle forze di sicurezza possano ribellarsi e persino intraprendere una guerriglia contro le nuove autorità”.
L’analisi avverte anche che “la pletora di gruppi armati che operano in gran parte del Paese sfrutterebbe probabilmente qualsiasi vuoto di potere per consolidare o addirittura estendere il proprio controllo territoriale”.
Con forze di guerriglia come la FARC in Colombia che sino al 2016 e per 50 anni sono state alimentate proprio da quel narcotraffico che Trump dice di voler combattere, aggiungiamo noi.
