di Giuliano Longo (*)
Il fronte ucraino non è congelato, ma sta attraversando una fase di lenta e metodica ridefinizione tattica. Escludendo la propaganda di ambo le parti e incrociando le analisi tecniche degli organismi di intelligence europei (tra cui i servizi di informazioni militari tedesco BND e polacco SWW), emerge una dinamica bellica priva di svolte drammatiche, ma caratterizzata da una pressione costante e calcolata.
Il Donbass e il senso della “morsa” russa
I territori del Donbass oggi saldamente sotto controllo russo costituiscono oltre il 98% dell’Oblast di Luhansk e più del 70% dell’Oblast di Donetsk, spingendosi lungo l’asse strategico verso Pokrovsk, Kostiantynivka e la cosiddetta “cintura delle fortezze” (Sloviansk-Kramatorsk).
Secondo l’Observer Research Foundation e Institute for the Study of War+ l’avanzata russa non punta a colpi di mano spettacolari o a manovre d’cerchiamento rapido. La strategia del comando di Mosca è quella dell’attrito progressivo. Questo significa avanzate a livello di piccole unità d’assalto, saturazione d’artiglieria e un uso intensivo di bombe guidate FAB, studiate per demolire le posizioni difensive prima di impegnare l’fanteria. Si avanza a metri, non a chilometri, accettando tempi lunghi pur di sgretolare la capacità di tenuta ucraina.
Controffensive ucraine: tentativi ad alto costo
I recenti tentativi di controffensive locali coordinati da Kiev (come nelle direttrici di Lyman e Zaporizhzhia) hanno ottenuto successi tattici circoscritti, ma senza possibilità di convertirli e in avanzate rilevanti.
Le riserve ucraine usate pagano un prezzo elevato in termini di munizioni e di forze fresche qualificate. La dottrina militare ucraina si trova costretta a un perenne dilemma: dilapidare uomini e materiale per riconquistare fette di territorio non difendibili, o ritirarsi su linee più arretrate sacrificando centri urbani simbolici.
La realtà dell’esercito di Kiev: difese aeree al limite
La situazione degli armamenti ucraini è critica su due fronti principali. Per ammissione della stessa Ukrinform+ 1 – l‘integrazione di droni a jet ad alta velocità e s missili balistici da parte russa sta esaurendo le scorte dei sistemi Patriot, NASAMS e IRIS-T.
I comandi ucraini sono costretti a razionare gli intercettori, lasciando sguarnite le linee di contatto per proteggere le infrastrutture critiche delle grandi città, con la conseguenza che le truppe al fronte rimangono costantemente esposte ai bombardamenti tattici.
Nonostante gli sforzi d’approvvigionamento europei, la disparità nel volume di fuoco favorevole a Mosca resta stabili tra 3:1 e 5:1, limitando la capacita ucraina di condurre un’efficace guerra di controbatteria.
La strategia invernale e il fattore europeo
La strategia russa in vista della stagione fredda si snoda su tre direttrici: Colpire i nodi di trasformazione e generazione per privare la popolazione e le industrie militari di corrente elettrica. Mantenere una costante pressione sul fronte per impedire il turn-over delle brigate ucraine e costringerle a operare in condizioni fango-neve prive di adeguate rotazioni. Dilatare i tempi per scommettere sul calo della tenuta politica occidentale.
Gli aiuti europei, pur garantendo il flusso minimo di munizionamento e il supporto finanziario per la tenuta dello Stato, non sono strutturati per ribaltare l’equilibrio di forze sul campo. Coprono le falle contingenti, ma non compensano la limitata capacità industriale e i tempi di produzione della difesa dell’UE.
La popolazione ucraina: oltre la narrazione
La stanchezza della popolazione è un dato reale ed evidente. La narrazione mediatica della “resistenza incrollabile senza incrinature” cede il passo a una realtà sociale molto complicta.
L’impatto dei continui blackout, l’inflazione e le dinamiche di una leva militare sempre più rigida e contestata, hanno acuito il malcontento. Più che rassegnazione, tra i civili prevale un diffuso pragmatismo consapevole che la prosecuzione ad oltranza del conflitto comporta un costo sociale e demografico devastante.
Il mito delle “perdite russe nascoste a Putin”
La tesi secondo cui il comando militare russo starebbe nascondendo a Putin cifre “iperboliche” di perdite per timore di ritorsioni, è destituita di fondamento negli ambienti d’intelligence indipendenti.
Sebbene le stime sulle perdite russe siano elevate, la catena di comando del Cremlino gestisce direttamente i dati sul reclutamento e sulle indennità statali versate alle famiglie dei caduti.
Le analisi di intelligence occidentale concordano sul fatto che Mosca accetti deliberatamente tassi di logoramento elevati in virtù di una riserva demografica e di un sistema di reclutamento remunerato che, per ora, mantiene sostenibile il flusso di rincalzi al fronte.
La prospettiva fino alla prossima primavera e le reazioni europee
Lavalutazione dei più accreditati osservatori occidentali traccia un quadro dove l’iniziativa resta saldamente nelle mani della dottrina d’attrito russa, mentre Kiev si trova costretta a una pura guerra d’arroccamento tattico.
Tant’è vero che nelle più recenti affermazioni di Zelensky non si fa più accenno alla possibilità di controffensive primaverili e si punti invece ad ottenere un congelamento della line di contatto al fronte – condivisa e sollecitata dai “volenterosi” europei – che a Mosca viene interpretata solo come un situazione temporanea che permetta Kiev di ottenere un po di respiro dalle difficoltà militari ,in attesa di sviluppi più favorevoli anche sul piano diplomatico.
Così come va scemando la retorica occidentale su un prossimo collasso dell’economia russa che semmai viene procrastinato in anni. Una situazione che rende sempre più incerta una prospettiva di pace a alimenta la campagna del “partito dell guerra russo”che punta a una soluzione militare sotto la minaccia di scelte nucleari.
Così mentre la Nato, I Paesi baltici e la Germania enfatizzanno le provocazioni russe con lo sconfinamento didroni di dubbia origine, minacce ibride alle infrastrutture europee ecc. è singolare l’affermazione della presidente Giorgia Meloni in visita in Norvegia , secondo la quale “non bisogna rispondere a queste provocazioni (poichè) farlo sarebbe più nell’interesse di Mosca che dell’Europa”
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
