La guerra di Putin

Ucraina, cui prodest il fallimento dei negoziati USA-Russia?

di Giuliano Longo

Può sembrare una scelta in qualche modo criminale, ma da certa stampa mainstream europea filtra davvero l’impressione che ci si auguri il fallimento dei colloqui russo americani per avviare almeno un cessate il fuoco.

Posizione forse giustificabile per Zelensky e il suo governo che patiscono l’invasione, poco giustificabile invece per gli oltranzisti europei che non spiegano ai loro elettori quali sarebbero le conseguenze di tale fallimento.

Molti gufi ritengono che i negoziati USA-Russia stiano già deragliando e sottovalutano che   Washington già preme perché l’Europa si assuma la responsabilità totale del sostegno a Kiev, per guardare ai loro interessi nelle aree del Medio Oriente e del Pacifico.

A ben vedere l’’iniziativa dei “volenterosi” e dei vertici UE e UK va proprio in questa direzione con il pretesto di proteggere l’Ucraina occidentale, immaginando che i russi avranno successo a est del Dnepr.  Una strategia che non sarà certamente una passeggiata, anzi,  potrebbe innescare un conflitto più ampio con l’idea di costringere  Washington ad intervenire. Trump è sicuramente “incazzato”  per la lentezza, calcolata dai russi, di trascinare i negoziati per un cessate il fuoco globale. Di conseguenza  minaccia la Russia con nuove sanzioni energetiche e  i paesi che acquistano petrolio russo tagliati fuori dal commercio con gli Stati Uniti.

Tra questi potrebbero esserci  India e Cina grandi importatori di energia russa che hanno sinora evitato a Mosca il tracollo economico favorendo i propri interessi e sostituendosi al ruolo della Germania e dell’Europa prima dell’invasione.

Una decisione non di poco conto se si stima che nel 2024 il commercio totale di merci degli Stati Uniti con la Cina sia stato di 582,4 miliardi di dollari. Le esportazioni di merci degli Stati Uniti verso la Cina nel 2024 sono state di 143,5 miliardi di dollari.

Mentre nel 2023-24, gli Stati Uniti sono stati il principale partner commerciale dell’India, con 119,71 miliardi di dollari di scambi bilaterali di merci (77,51 miliardi di dollari di esportazioni, 42,19 miliardi di dollari di importazioni, con un surplus commerciale di 35,31 miliardi di dollari.

 Considerazioni che hanno indotto lo stesso tycoon a moderare i toni annunciando un nuovo contatto diretto con Putin forse già questa settimana. Nel frattempo russi e ucraini stanno tentando di posizionarsi al meglio in vista di una possibile, vera tregua.

La  Russia con i operazioni militari in  che coprono le  aree da Kursk (russa) in giù fino a Luhansk e Donetsk, tra cui Zaphorize e forse Kherson con un occhio  per Odessa che ritengono città russa.

L’Ucraina  invece sta cercando di mantenere il territorio e impedendo le irruzioni russe, anche se  la CNN ha descritto l’esercito ucraino come “sulla difensiva”, il che significa che sta perdendo terreno.

L’unica eccezione è la regione di Belgorod in territorio russo a sud di Kursk, che è stata sottoposta da mesi ad attacchi di artiglieria e droni ucraini occupando alcuni villaggi oltreconfine con una operazione ,che vorrebbe essere simile al blitz dell’agosto scorso su Kursk, ma i cui obiettivi non sono chiari, se non sotto gli aspetti della propaganda mediatica.

Alcuni osservatori pensano che l’idea sia quella di costringere la Russia a ridistribuire le forze nel territorio di Belgorod, togliendo pressione sulle difese ucraine al ad esempio sull’area strategica di Pokrovsk già circondata.

La stessa intenzione manifestata da Zelensky sul saliente di Kursk che doveva essere ragione di scambio in caso di trattative. Ma questa non è tutta la storia, perché Kiev sperava di catturare la centrale nucleare di quell’oblast, compensando gli attacchi russi alle sue infrastrutture energetiche.

In 7 mesi i russi hanno frustrato tali intenzioni espellendo le forze ucraine da quasi tutto quel territorio, attraversando il confine in territorio ucraino con l’intento se non di di occupare, quantomeno isolare la città di Sumy che conta 260mila abitanti. Nel frattempo, mentre i russi avanzano (sia pur lentamente)  Francia e Regno Unito e forse altri, stanno lavorando per impiegare forze europee nel conflitto a sostegno dell’Ucraina. L’ultima notizia è che l’Europa  invierebbe sia forze aeree che navali, mentre  una missione arriverà a Kiev  per decidere dove e come  posizionare tali forze, se verranno inviate.

Ma c’è un problemino, infatti gli  aerei da combattimento europei-NATO sarebbero vulnerabili se si avvicinassero all’Ucraina orientale, considerando le difese aeree stratificate della Russia. Allo stesso modo, le forze navali hanno poche opzioni al di fuori di Odessa che è già esposta agli attacchi missilistici russi.

Senza contare che Putin ha accettato un accordo sul Mar Nero che crollerebbe se Regno Unito e Francia spostassero le forze navali per proteggere apparentemente l’Ucraina,  ammesso  che Erdogan ( comunque membro NATO9  le faccia transitare dagli Stretti violando accordi internazionali di lunga data. E ammesso che i due paesi siano disposti a rischiare attacchi a tali costosissime risorse.

Circola inoltre la voce  che il Regno Unito e la Francia, forse anche con il supporto segreto degli Stati Uniti, vogliano proteggere l’Ucraina occidentale nel caso in cui i russi travolgessero il suo esercito. In tal caso avrebbero  bisogno del supporto della Polonia che non ha mostrato eccessivo entusiasmo a farsi coinvolgere.

Certamente “il porcospino” ucraino superarmato e incuneato ai confini della Federazione è una “ideona” rilanciata dalla signora Von der Leyen, che prefigura una sorta di garanzia deterrente nel caso gli accordi deragliassero e l’Europa fosse minacciata dall’invasione russa.

In questo caso oltre ai tempi per armare gli aculei del “porcospino”  con aerei e navi sarebbero solo un escamotage   temporaneo per gli europei, che dovrebbero “metterci gli stivali” dei soldati nell’Ucraina occidentale. Senza averne ancora forze  e  scorte di armi sufficienti, mentre Mosca potrebbe colpire le aree di sosta e i depositi di rifornimenti in Polonia e Romania

In Occidente molti ritengono  che la Russia non possa sostenere la guerra, che la sua economia sia un disastro e che sia politicamente difficile attrarre più coscritti per combattere un conflitto che si trascina da oltre 3 anni. Se così fosse potrebbe crollare il regime di Putin. Ma è un refrain scandito già dai primi mesi dell’invasione mentre la Russia sta ancora in piedi.

Più realistico è considerare quali misure l’amministrazione Trump sia disposta a prendere se il cosiddetto processo di pace si blocca o crolla, anche se  le sanzioni non cambieranno comunque  la situazione militare sul terreno, anzi  potrebbero ritorcersi contro un’economia e un mercato azionario statunitensi già nel panico.

Inoltre Trump sta cercando di mettere troppa carne al fuoco  in politica estera e ciò può portare a errori e gaffe. Se i piani del Pentagono prevedono il “roll Back” (contenimento)” più della Cina che della  Russia, è in direzione di Pechino che andrebbe concentrato va concentrato l’arsenale e lo spiegamento delle forze statunitensi, Mentre la patata bollente ucraina sarebbe tutta e comunque rimbalzata   all’Europa.

D’altra parte con il fallimento dei negoziati oltre al danno di immagine per The Donald evaporerebbe (anzi sta già evaporando) Il sogno della Casa Bianca di grandi accordi per logorare  la partnership russo-cinese.

C’è infine un ultimo, ma decisivo quesito. Siamo davvero certi che Putin rimarrà ancorato alla sue tetragone richieste mettendo a rischio definitivo i suoi “amorosi sensi” con The Donald?

Senza voler essere ottimisti ad oltranza, ma nemmeno gufi bellicosi, può avere un senso la notizia che per la prima volta nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile, non ci sono stati reciproci attacchi di Missili e droni ecc. su territori russi e ucraini.

L’assenza di attacchi in profondità nei territori di entrambe le parti potrebbe indicare che il processo di negoziazione sta portando ad accordi non resi noti e se il trend della “non-inflizione reciproca” continuasse, allora si potrà anche parlare di progressi nei negoziati.

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