di Giuliano Longo (*)
Né i russi né gli americani hanno rivelato molto sull’incontro di martedì scorso (2 novembre) a Mosca. L’incontro è durato cinque ore, mentre il Ministro degli Esteri russo Lavrov incontrava Wang Yi, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC e Ministro degli Esteri cinese, incontro che a Washinton no è passato inosservato. Ma è anche significativa la composizione della delegazione russa che assisteva Putin :l’Assistente Presidenziale Yuri Ushakov anche Rappresentante Presidenziale Speciale per gli Investimenti e la Cooperazione Economica con i Paesi Esteri Kirill Dmitriev. Ushakov è un diplomatico professionista che ha prestato servizio per dieci anni come ambasciatore russo negli Stati Uniti. Dmitriev, laureato ad Harvard e banchiere d’investimento di professione, attualmente dirige il Fondo Russo per gli Investimenti Diretti, e ha già concluso accordi di investimento in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Cina, Qatar, Kuwait, Bahrein, Corea del Sud, Giappone, Vietnam, Italia e Francia. Va segnalato che Dmitriev era stato sanzionato del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti per il Controllo dei Beni Esteri già nel 2022, così come il suo Fondo, quando Biden, con questa mossa intendeva indebolire Putin. Così come va notato che alla riunione non erano presenti rappresentati militari, assenza probabilmente giustificata dal fatto che gli americani sono già ampiamente informati sulla situazione al fronte ucraino con la caduta di Pokrovsk ( Krasnoarmeisk, in russo) e sul processo di disintegrazione dell’esercito ucraino. Mentre l’incontro di Mosca era in corso, Zelensky incontrava Macron, chiedendo fondi e truppe per salvare l’Ucraina e subito dopo il Presidente Macron si è recato in Cina anche per sollecitare l’intervento del presidente Xi per la soluzione del nodo ucraino. «La Cina ha la capacità decisiva per poter influenzare il cessate il fuoco in Ucraina», ha dichiarato «Spero che Pechino possa unirsi al nostro appello e ai nostri sforzi per raggiungere, il prima possibile, almeno una moratoria sugli attacchi contro le infrastrutture critiche», ha aggiunto poi in conferenza stampa. Ma la risposta di Xi appare piuttosto deludente: «La Cina sostiene tutti gli sforzi per raggiungere un accordo di pace equo, duraturo, vincolante e accettabile attraverso la negoziazione», ha risposto «Continueremo a svolgere un ruolo costruttivo, opponendoci fermamente a qualsiasi tentativo irresponsabile di scaricare le colpe o diffamare la Cina». Con riferimento alle ultime accuse del segretario generale della Nato, Mark Rutte, che giorni fa ha definito Pechino «il principale facilitatore dello sforzo bellico russo». Una delusione anche per Zelensky che aveva chiesto un incontro in Irlanda o a Bruxelles, con Witkoff e Kushner al loro ritorno da Mosca che è stato invece annullato. Ma ecco rispuntare Valerii Zaluzhny, ex comandante dell’esercito ucraino e ora ambasciatore ucraino nel Regno Unito, il quale probabilmente sta pianificando il suo ritorno a Kiev. Con un editoriale sul London Telegraph dal titolo ”come sconfiggere Putin e costruire una Ucraina migliore” scrive che le fondamenta della giustizia si consolidano “attraverso la lotta alla corruzione e la creazione di un sistema giudiziario onesto” mentre “lo sforzo bellico dell’Ucraina mancava di un obiettivo politico definito, il che ha reso la strategia militare inefficace“. Dove il riferimento allo scandalo Kuleba e le critiche sollevate anche a Kiev sul Comandante Generale Syrskyj sono trasparenti. “Forse – prosegue l’ex generale – il principale obiettivo politico dell’Ucraina è quello di privare la Russia dell’opportunità di compiere atti di aggressione contro l’Ucraina nel prossimo futuro”. Come sia possibile non lo spiega ma è ormai chiaro che le sue continue esternazioni, sempre riportate dai media britannici, mirano a promuovere il Generale come sostituto di Zelensky. Sulla fretta e sull’insistenza di Trump per chiudere l’accordo di pace, pesa la Cina che incombe come una significativa minaccia alla sicurezza degli interessi statunitensi nel Pacifico, mentre la NATO sempre più sbilanciata verso alcune leadership europee, che oggettivamente si vanno predisponendo a un confronto diretto con la Russia che il Presidente americano non vuole. Trump l’amministrazione Trump cerchi una via d’uscita e non vuole un conflitto più ampio in Europa. Prospettiva che alcuni nella NATO, incluso, soprattutto il Regno Unito, ovviamente preferirebbero anche per distoglierebbe l’attenzione pubblica peggioramento delle condizioni economiche e sociali nel Paese, ma soprattutto per giustificare un riarmo europeo per ora inadeguato allo scontro diretto. Sorvolando sulle recenti affermazioni di Putin che ha ribadito la sua volontà di occupare il Donbass a qualsia costo, molto più immediata è un’altra minaccia. Il 7 novembre droni ucraini hanno attaccato un trasporto marittimo nel Mar Nero. Sono state colpite due navi, una delle quali battente bandiera russa che trasportava olio di girasole – non petrolio come affermava Kiev con una versione prontamente adottata dai media europei. Questi attacchi hanno allarmato turchi e rumenii dipendenti dal trasporto marittimo commerciale nel Mar Nero e mentre la Russia minaccia ritorsioni contro qualsiasi nave che batta qualsiasi bandiera e il blocco di tutti i porti ucraini che si affacciano su quel mare. Un ottimo casus belli che forse qualcuno sta proprio cercando. In questo attacco è anche probabile Gli attacchi ucraini che l’Ucraina sia stata assistita da uno o più attori della NATO come avvenuto per altre situazioni come per il ponte di Crimea, per non parlare del gasdotto Nord Stream messo fuori uso già all’inizio del conflitto. In questa situazione, praticamente in stallo, non è certo che gli europei (e la NATO) riescano a condizionare Trump che li considera ostruzionisti e sconsiderati. Per di più alcuni media riportano che gli Stati Uniti già stanno adottando misure per escludere gli Europei, non solo dai dettagli sull’evoluzione degli accordi in corso, ma forse anche la condivisione di informazioni di intelligence sensibili. Misure di riservatezza che parrebbero giustificate anche dagli ultimi interventi pubblici, – qualche volta smentiti – di alcuni leader europei che già parlano di ”tradimento degli Stati Uniti” nei confronti di Kiev. «C’è la possibilità che gli Stati Uniti tradiscano l’Ucraina», avrebbe detto Emmanuel Macron durante la conference call di lunedì con Zelensky e altri leader europei. Una preoccupazione in fondo diffusa da tempo e non solo dal Presidente francese,, ma pronunciare questa parola significa giudicare e condannare le scelte dell’America.
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Nella foto Trump nel corso di una delle sue ultime visite in Europa
