La guerra di Putin

Ucraina. La Cina fra guerra e pace nel conflitto

di Giuliano Longo

La stampa di Pechino citava gioprni fa fonti anonime secondo le quali il ministro degli Esteri cinese Wang Yi avrebbe riferito all’Alta Commissaria europea Kallas. che la Cina non vuole una sconfitta della Russia in Ucraina nel timore che gli USA possano poi aumentare la pressione sul gigante asiatico.

Tali indiscrezioni sono state spacciate dai media mainstream  occidentali come un’ammissione che la Cina non è così neutrale come afferma e  ritengono che il presidente XI aiuterà Putin a raggiungere i suoi obiettivi nel conflitto.

Se Wang avesse  effettivamente fatto queste dichiarazioni   sarebbe in linea con le posizioni manifetstae occasione del primo anniversario del conflitto nel febbraio 2023, ovvero che ” la Cina non vuole che nessuno vinca in Ucraina” premendo per una soluzione pacifica.

Un editoriale  South China Morning Post  (SCMP) scriveva che “Un’interpretazione della dichiarazione di Wang a Bruxelles è che, sebbene la Cina non abbia chiesto la guerra, la sua proroga potrebbe soddisfare le esigenze strategiche di Pechino, finché gli Stati Uniti rimarranno impegnati in Ucraina”.

In sostanza con la prosecuzione del conflitto ucraino   gli Stati Uniti non sarebbero in grado di “rivolgersi nuovamente   verso l’Asia (orientale)” per contenere energicamente  la Cina  come vuole Trump.

La continua pressione esercitata sull’economia russa dalle sanzioni, soprattutto quelle minacciate dal Tycoon entro 47 giorni,  andrebbe a vantaggio dell’economia cinese.

La Cina importa già una quantità impressionante di petrolio e gas russi a prezzo scontato, importazione che contribuisce a mantenere la sua crescita economica nonostante la fase di stagnazione  che sta attraversando. Una situazione che potrebbe mutare a sfavore di Pechino  se le sanzioni venissero ridotte.

Inoltre, quanto più la Cina aumenterà il ruolo della Russia come valvola di sfogo contro la pressione delle sanzioni americane, tanto più renderà Mosca dipendente dalla Cina, sia in termini di importazioni di energia, che di esportazioni che sostituiscono i prodotti occidentali sotto embargo..

La natura sempre più sbilanciata delle relazioni economiche fra i due Paesi (Russia e Cina) , peraltro confinanti per per 4250 chilometri, potrebbe i essere sfruttata per garantire accordi energetici a lungo termine nei termini più vantaggiosi possibili per i gasdotti che collegano i due Paesi, fra i quali il nuovo Power of Siberia2 .

Con il risultato che Pechino potrebbe rafforzare i suo ruolo di “superpotenza” appannatosi con l’inizio del conflitto, rafforzando la sua resilienza alle pressioni degli Stati Uniti e rendendo  meno probabile che questi  possano estorcerle una serie di accordi sfavorevoli.

Per questo motivo  l’inviato speciale di Trump in Russia, Steve Witkoff, aveva inizialmente fatto pressioni per la revoca delle sanzioni energetiche a Mosca per privare la Cina di questi vantaggi finanziari e strategici.

Ma ora la situazione è cambiata. Le recenti posizioni di Trump, armi a Kiev e sanzioni, di fatto stanno facendo il gioco del presidente XI che negli ultimi mesi ha rinvigorito le sue profferte di amicizia al “compagno”con Putin e che difficilmente  potrebbe adeguarsi, come l’india, alle conseguenze delle nuove, eventuali, sanzioni trumpiane.

Le aperture iniziali di Trump all’amico Putin  tendevano a privare Pechino dei citati vantaggi per le importazioni  alimentando il ruolo degli Stati Uniti come superpotenza. Ora la  mossa del Tycoon getterebbe inevitabilmente Mosca nelle braccia di Pechino.Fine modulo

D’altra parte una vittoria russa non sconvolgerebbe i piani egemonici di Pechino. Ma se  l’Occidente e gli stati Uniti mettessero alle corde la Russia, se non con una sconfitta vera e propria,  sarebbe catastrofico per la sicurezza del “grande Dragone”.

Ragione di più per intensificare le relazioni con Mosca soprattutto mentre impazzano i dazi trumpiani nel mondo e particolarmente nel sud est asiatico.

Andrebbe collocata  in questo contesto la posizione dell’Europa che vuole rafforzare Zelensky, ma sta anche tentando  timidamente, soprattutto la Germania, di implementare i rapporti economici con Pechino recentemente rimessi in parziale discussione prima dei dazi trumpiasni.

L’Ucraina diventa quindi  un tassello  importante nel mosaico  delle relazioni  economiche globali, giustificato anche dalla neutralità dei BRICS dove Pechino va assumendo un ruolo guida.

In conclusione, la questione ucraina non è più solo un problema della UE e del Regno Unito come vorrebbe Trump  nella sua confusa strategia geopolitica.

Ma è una gatta da pelare anche per gli Stati Uniti che non possono continuamente pencolare fra strategie geopolitiche globali in Asia e contenimento dell’influenza economica di una Europa, più o meno unita.

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