La guerra di Putin

Ucraina, la persecuzione della Chiesa Ortodossa Russa segno di una svolta autoritaria

 

di Giuliano Longo

 

Dall’inizio del conflitto Zelensky  ha messo al bando  la “Chiesa ortodossa russa”che, fino a qualche tempo fa faceva riferimento al  Patriarcato di Mosca. In contrapposizione alla “Chiesa ortodossa dell’Ucraina-Patriarcato di Kiev” fondata nel 1992 dal metropolita Filarete (in dissenso dal Patriarcato di Mosca)  e la “Chiesa ortodossa autocefala ucraina”, ristabilita nel 1990 poco prima della caduta dell’Urss, sciolta nel 1936 a causa delle pressioni sovietiche.

Nel 2018 queste due Chiese minoritarie, su iniziativa dell’ex presidente Petro Poroshenko hanno costituito il “Concilio di riconciliazione”che ha prodotto la “Chiesa ortodossa dell’Ucraina”riconosciuta  nel 2019  dal patriarca ecumenico Bartolomeo come Chiesa autocefala. L’idea di Poroshenko era di farne l’unica vera Chiesa ucraina per una operazione politica  di cui i fedeli probabilmente non avvertivano un  gran bisogno.

L’operazione di Poroshenko è fallita perché la Chiesa ortodossa russa continua a essere largamente maggioritaria per numero di fedeli e parrocchie(8 mila contro le circa mille della Chiesa rivale nata nel 2018).

Dal 2022 a oggi si sono intensificate requisizioni, perquisizioni, espropri, assalti e persecuzioni nella indifferenza delle autorità.  La Chiesa “di Mosca” era stata boicottata nelle regioni di Khmelnytskyi, Leopoli, Volyn, Ternopil, Rivne, Vinnytsia, Zhytomyr e Transcarpazia.

Nell’area di Kiev era già stata bandita con la decisione del Consiglio regionale e  comunale di Zaporizhzhia. A poco era valso che metropoliti e vescovi dichiarassero che la loro Chiesa si era  indipendente da Mosca, proprio subito dopo e che la tradizionale dichiarazione di fedeltà al patriarca Kirill era stato espunta dalle liturgie.

Il caso più clamoroso è stato quello della Pecerskaja Lavra,famoso Monastero delle Grotte di Kiev, centro secolare della spiritualità ortodossa e da tempo sotto la cura Chiesa ortodossa russa. Nel Natale del 2022 la celebrazione delle sue liturgie passò alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina finché, nell’estate del 2023, i monaci della Chiesa ortodossa russa furono espulsi dalla struttura, che di diritto appartiene allo Stato ucraino.

L’idea, ovviamente, è che questa Chiesa sia una quinta colonna del Cremlino. Il che  ha determinato  più di cento procedimenti penalie un metropolita è stato condannato 5 anni di carcere per “collaborazionismo”,sempre ammettendo che si tratti di inchieste e processi  regolari.

Solo che  la maggioranza dei sacerdoti della Chiesa ortodossa russa in Ucraina sono ucraini e ucraina anche la grande maggioranza dei loro fedeli, quindi la sua messa al bando implicherebbe   che moltissimi ucraini siano al servizio di Putin.

Zelensky che parla di “liberazione spirituale”per il popolo ucraino, ma il voto del Parlamento coincide con  messa al bando dei partiti di opposizione; canale unico televisivo di Stato; la creazione di un ente di Stato incaricato di controllare i media e infine la probabile  la messa al bando di Telegram, considerato canale informativo troppo poco controllabile dal Governo.

Tutto in nome della sicurezza nazionale e della necessità di sventare le indebite influenze russe in stato ormai di legge marziale.

Misure drastiche le quali fanno supporre  che l’Ucraina sia piena di spie e agenti del Cremlino. Nella Chiesa, ma anche nell’esercito, nella magistratura e nei servizi speciali, regolarmente sottoposti a “purghe”che ne hanno decimato in ranghi colpendo anche antichi collaboratori di Zelensky come l’ex capo dell’SBU Bakanov o l’ex procuratrice generale Venediktova.

Si va quindi facendo strada l’ipotesi  che Zelensky stia lentamente costruendo un regime personale, governando  con provvedimenti emergenziali in nome della  sicurezza nazionale.

Da notare che l’anno  prima dell’invasione russa, tali provvedimenti venivano decisi dal Consiglio nazionale di Sicurezza e di Difesa e poi ratificati dalla maggioranza parlamentare di Servo del popolo, partito del presidente.

Certamente già allora influiva la guerra secessionista nel Donbasche sino all’invasione russa era costata 10.000 morti, ma il bando alla Chiesa ortodossa russa è passato alla  “Verchovna Rada”con 265 sì sui 450 seggi totali. Di quei 265 si, 173 sono venuti dal partito di Zelensky.

Dopo il voto, l’ex presidente Petro Poroshenko, intervenuto in aula, esultava  per il provvedimento appena adottato, affermando  “il motto esercito, fede e lingua è diventato politica dello Stato”, richiamando lo slogan della sua campagna elettorale perdente del 2019.

Slogan che, si badi bene, lo stesso Zelensky allora contrastava accusando Petro di essere un oligarca dalle tendenze autocratiche.

Oggi in vece lui bandisce addirittura l’insegnamento della lingua russa che riguarda quasi il 20% della popolazione ucraina in una sorta di “pulizia etnica culturale”( per la religione  ampiamente “repressiva”) che non sembra suscitare al cuna reazione nella Comunità Europea che si appresta ad accogliere Kiev, in nome dei principi dei suoi Padri Fondatori.

Nella foto il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill

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