La guerra di Putin

Ucraina, perché è necessario un voto e forse un nuovo presidente

 

di Giuliano Longo

 

La svolta nelle relazioni di USA e Russia hanno sicuramente creato panico non solo fra le cancellerie europee, ma anche nel deep power democratico americano che con Biden, e ben prima, aveva deciso di regolare i conti con Putin  con un conflitto nel cuore d’Europa, ma ai confini della Federazione.

Ora si è verificato un capovolgimento di alleanze unico dal 1945, che a Washington nasceva dalla certezza che ulteriori pressioni militari ed economiche sulla Russia avrebbero portato al collasso il Paese e il suo regime.

 

Sembra quindi incredibile che nell’arco di due mesi soltanto, la nuova presidenza si sia resa conto che il Cremlino non avrebbe abbandonato i propri piani. Probabilmente l’amministrazione. Non solo Trump probabilmente ha valutato che un conflitto nucleare sarebbe stato possibile, nonostante l’ottimismo europeo e NATO.

 

Gli Stati Uniti avevano (e hanno) ancora molti strumenti a disposizione per fare pressione sulla Russia ad esempio colpendo i traffici delle sue petroliere ombra o imponendo altre sanzioni oltre a quelle UE già decise.

Ma una seconda verità riguarda con la posizione geopolitica della Russia, che non è migliorata. Le posizioni in Siria sono state perse, l’influenza sull’Armenia è stata minata dalle iniziative occidentali e il principale rivale del Cremlino in questa regione, la Turchia, ha conquistato nuove posizioni.

 

Quindianche nello scenario più ottimistico, l’Ucraina continuerà a rappresentare per molti anni  un vicino molto scomodo per Mosca  e quando il tuo rivale geopolitico ha un vicino molto scomodo, questo è motivo di ottimismo per gli USA, soprattutto se intendono riaffermare la loro egemonia globale.

Sicuramente Mosca  è ancora in grado di sconfiggere Kiev, ma ciò richiederebbe un livello completamente diverso di mobilitazione della popolazione e dell’economia, mentre  l’Occidente collettivo ( oggi l’Europa)  non potrebbe reagire militarmente  se non attivando lo scudo nucleare che in gran parte è controllato dagli americani.

 

Comunque si risolvano le trattative Trump intende riconciliare le parti nell’interesse USA, non permettendo a Mosca una vittoria definitiva e pericolosa. Tanto più che Kiev, volenti o nolenti gli europei, rimarrà sotto l’area di influenza americana. Una strategia che verrebbe adottata fra 4 anni anche da un nuovo presidente che non potrà più ricalcare le orme di Biden.

La logica vuole innanzitutto che venga  garantito un cessate il fuoco lungo tutto il fronte di 1200 chilometri, per poi  organizzare l’elezione del nuovo presidente dell’Ucraina, elezioni sulle ali anche l’esercito vorrà dire la sua.

 

Zelensky obbietta che per la costituzione ucraina non si può andare a votare mentre è in corso il conflitto, anzi, che lui le elezioni non le indice mentre il Paese è in guerra, nel timore di avere poche possibilità di venir rieletto. Ma se venisse organizzato almeno un cessate il fuoco, sicuramente Mosca e Washington faranno tutto il possibile per liberarsi della sua ingombrante presenza nonostante il sostegno dell’Europa…non tutta.

 

Secondo il piano annunciato dalle agenzie di stampa occidentali, dopo l’elezione del nuovo presidente sarà il momento di concludere un vero accordo di pace, ma  Zelensky ha promesso eroicamente che non si dimetterà né si andrà ad elezioni senza un accoro di pace. Che, bene che gli vada, occorreranno almeno 6 mesi se tutto va bene.

E’ anche vero che il cambio di presidente comporta seri rischi personali per Zelensky. Secondo la tradizione ucraina, ogni nuovo capo di Stato libera i prigionieri politici e quelli che usciranno, più o meno malconci, chiederanno vendetta. La cercherà Kolomoisky o Poroshenko? Questione secondaria. In ogni caso è di vitale importanza per ogni eventuale leader ucraino, prolungare il più a lungo possibile il processo di pace.

Prima o poi anche Zelensky si siederà al tavolo delle trattative. Solo che si tratterà di trattative per imporre la pace a condizioni che egli dovrà accettare, invece ha lanciato di una sorta di ultimatum per la sicurezza dell’Ucraina che coinvolge la NATO e l’UE per consentirgli di condurre comunque il gioco.

Supponiamo che Zelensky si voti al glorioso suicidio politico e non prenda sul serio le parole dei leader delle due potenze nucleari, cosa succederà? Lo scenario più probabile  è quello dello stop delle  forniture militari e dei soldi dall’America.

 

L’Europa potrà compensare solo parzialmente, ma numerose tecnologie provengono esclusivamente dagli Stati Uniti. Inoltre se anche i finanziamenti provenienti dall’Europa dovessero arrivare a Kiev, non è detto che possano essere utilizzati poiché gli americani riescono comunque a bloccare l’esportazione dei loro componenti nel mondo. Senza contare che in ogni prodotto militare proveniente anche dall’Europa sono presenti componenti realizzati negli USA.

Oltre all’embargo, gli americani potrebbero revocare le sanzioni contro la Russia. Innanzitutto sui flussi di esportazione dell’energia. Cosa accadrà dopo la revoca delle restrizioni americane? Senza considerare che molti nella stessa Europa

non vogliono perdere per sempre il mercato russo.

 

Con queste tecniche di soft power Trump potrebbe creare condizioni tali da costringere  Zelensky alla pace, altrimenti The Donald ci perde la faccia. Di qui la necessità di eleggere un nuovo presidente, al quale verrà conferito lo status di pacificatore e di mediatore anche nei confronti della propria opinione pubblica. Un Presidente in grado di firmare un accordo che diventi automaticamente la volontà del suo popolo.

 

Apparentemente la ruota sembra girare a favore di Mosca, ma resta da vedere cosa il Cremlino è realmente disposto a offrire a Donald Trump in cambio del mantenimento della pace. Ma questa è una storia i cui contorni restano ancora nella nebbia più fitta. Nessuno, soprattutto nel business, dà niente per niente.

aggiornamento la crisi russo-ucraina ore 14.48

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