di Michele Rutigliano
I sondaggi, per loro natura, fotografano un momento, ma non determinano la stabilità di un governo. E se è vero che il centrodestra gode ancora di un consenso maggioritario nel Paese, è altrettanto vero che la sua coesione interna appare sempre più fragile, soprattutto sul fronte della politica estera. Un tema cruciale per qualsiasi governo, ma ancor più per uno guidato da un partito, Fratelli d’Italia, che porta con sé le contraddizioni di una destra italiana mai completamente riconciliatasi con l’atlantismo e l’europeismo.
Le radici di un’antica diffidenza
Per comprendere le tensioni attuali, occorre tornare alle origini della destra italiana. Il Movimento Sociale Italiano, da cui FdI discende, era caratterizzato da un forte sentimento antiamericano e da un certo scetticismo verso l’Europa. Questa posizione derivava da una doppia frustrazione: la sconfitta nella Seconda guerra mondiale e il ruolo degli Stati Uniti nella costruzione della Repubblica, con l’esclusione dei reduci del fascismo dal gioco politico. L’atlantismo incondizionato della Democrazia Cristiana e il collateralismo con Washington erano visti dall’Msi come una forma di sudditanza. Non è un caso che, ancora negli anni ’90, personalità di spicco della destra culturale, come Marcello Veneziani, Franco Cardini e Giordano Bruno Guerri, criticassero apertamente l’adesione della destra italiana al fronte occidentale senza riserve. E oggi quegli stessi intellettuali guardano con sospetto alla politica estera di Giorgia Meloni, che sembra aver ribaltato quell’atteggiamento, abbracciando una linea atlantista ed europeista che appare in contrasto con le radici profonde del suo mondo di riferimento.
Le contraddizioni interne alla destra di governo
Se la scelta europeista e filo-americana della Meloni può essere letta come un’evoluzione naturale di un partito che vuole essere legittimato a livello internazionale, essa rappresenta anche il principale punto di frizione con gli alleati. Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, ha sempre guardato con favore a Donald Trump e ai sovranisti europei che vedono l’Unione Europea come un nemico da sabotare. Non a caso, ha preso le distanze più volte dalla linea governativa sul sostegno all’Ucraina, guardando con maggiore simpatia alle posizioni di Viktor Orbán. Ma se la frattura con la Lega è evidente, quella più silenziosa ma forse più pericolosa riguarda Forza Italia. Con la scomparsa di Silvio Berlusconi, il partito si trova in una fase di transizione in cui l’anima popolare ed europeista rischia di sbiadirsi. Berlusconi, nonostante le sue ambiguità nei rapporti con Putin, aveva fatto dell’appartenenza al Partito Popolare Europeo una scelta di campo chiara. La sua assenza lascia un vuoto che rischia di rendere Forza Italia sempre più subalterna alle oscillazioni di Fratelli d’Italia e della Lega.
La sfida dell’Europa di fronte alla nuova Dottrina Trump
L’Europa si trova oggi di fronte a un bivio decisivo. La politica aggressiva di Donald Trump verso l’Europa prefigura uno scenario in cui anche la NATO potrebbe diventare un’alleanza “a geometria variabile”, con Washington pronta a disimpegnarsi dalla difesa europea. A questo si aggiunga l’influenza crescente di Elon Musk, che attraverso il suo impero tecnologico e mediatico sta contribuendo a ridefinire le relazioni di forza globali, con un occhio più rivolto alla Cina e meno all’Europa. Di fronte a questa sfida, l’Unione Europea non può permettersi divisioni interne e deve rafforzare il proprio ruolo come attore autonomo.
Qui emerge il vero dilemma del governo Meloni: da un lato, ribadisce il suo sostegno all’Ucraina e la necessità di un’Europa forte, dall’altro deve fare i conti con la componente sovranista della sua maggioranza, che potrebbe trovare nella Dottrina Trump una giustificazione per un progressivo sganciamento dalle istituzioni comunitarie.
Un governo a rischio implosione
La politica estera, spesso sottovalutata nei dibattiti politici interni, è in realtà il vero banco di prova per qualsiasi governo che ambisca a durare nel tempo. Se l’alleanza di centrodestra ha resistito alle tensioni interne sulla politica economica e sociale, è sulla politica estera che potrebbe trovare il suo punto di rottura. Il rischio è che Meloni si trovi isolata, ostaggio di una Lega sempre più filo-Trump e di una Forza Italia senza più una chiara leadership. Se la Presidente del Consiglio scegliesse di mantenere la linea atlantista ed europeista, potrebbe alienarsi una parte della sua base politica. Se invece decidesse di assecondare le pulsioni sovraniste, perderebbe credibilità in Europa, dove si gioca il futuro dell’Italia. I sondaggi, per quanto favorevoli, non proteggono un governo dalle contraddizioni interne. La politica estera, spesso vista come un tema tecnico e distante dall’elettorato, è in realtà il campo in cui si misurano le vere leadership. E se Meloni non riuscirà a tenere unita la sua maggioranza su questo fronte, la sua esperienza di governo potrebbe finire molto presto, ancor prima di quanto i sondaggi possano far sperare.
