di Michele Rutigliano
Nel labirinto delle crisi che, giorno dopo giorno, scuotono l’ordine internazionale — dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente; dal disordine climatico ed energetico, fino alla sfida dell’intelligenza artificiale — l’Europa, se rimane frastornata e immobile, rischia di perdere se stessa. Non per mancanza di risorse o di intelligenze, ma per un ritardo strategico nella costruzione di un’unità politica ed economica vera. In questo contesto, la voce di Mario Draghi torna a farsi sentire con forza e lucidità. Chiamato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen a redigere un rapporto sul futuro della competitività europea, l’ex presidente della BCE ha trasformato un incarico tecnico in una diagnosi impietosa, ma anche in una proposta di rilancio dell’Unione Europea. Nel suo ultimo intervento sull’Europa, svolto a Coimbra, Draghi ha suonato la sveglia per tutti. La vera posta in gioco oggi non è semplicemente il miglioramento delle performance economiche, ma la capacità dell’Europa di restare padrona del proprio destino. “O ci uniamo – ha detto con molto chiarezza – oppure finiremo marginalizzati tra le grandi potenze del XXI secolo.” In altri termini, non si tratta più di armonizzare regole o di limare differenze: occorre, invece, scegliere se fare dell’Europa una potenza politica e industriale o lasciarla naufragare tra egoismi nazionali, lentezze burocratiche e illusioni sovraniste.
Un bilancio europeo per una potenza politica comune
Il fulcro della visione di Draghi è una profonda revisione del modello economico e istituzionale dell’Unione. Non basta più il mercato unico: serve una politica fiscale comune, un bilancio europeo capace di sostenere investimenti strategici nei settori chiave — tecnologia, energia, difesa — e una governance che non sia paralizzata dal principio dell’unanimità. “Non possiamo affrontare sfide globali con strumenti nazionali”, ha ribadito Draghi. Occorre, oggi più che mai, un salto di qualità che assomiglia, nei fatti, a un primo passo verso una vera federazione europea. Centrale è anche la questione della competitività. L’Europa ha bisogno di affrontare il futuro con gli occhi aperti sul mondo: la concorrenza con Stati Uniti e Cina è spietata, ma non impossibile. Ed eccole le priorità su cui dovranno convergere gli Stati europei: integrare il mercato dei capitali, incentivare la ricerca e l’innovazione, formare nuove competenze, superare la frammentazione normativa. Ma soprattutto, creare una strategia comune per l’industria europea, senza la quale ogni Paese sarà troppo piccolo per reggere l’urto dei giganti globali.
Una governance più forte per affrontare il mondo multipolare
In questa visione, tuttavia, c’è anche un’anima politica. L’Europa non può sopravvivere solo come spazio di regole: deve diventare una comunità di destino. Per farlo, deve dotarsi di istituzioni legittimate democraticamente, a partire dall’elezione diretta del presidente della Commissione, simbolo di una leadership comune. Draghi non lo dice apertamente, ma la direzione è chiara: senza un forte impulso federale, l’Europa rischia di rimanere ostaggio delle sue stesse ambiguità. Certo, la strada è irta di ostacoli. Le resistenze di molti governi, il timore di cedere sovranità, le pulsioni identitarie che percorrono il continente sono reali e vanno comprese. Ma Draghi, nel suo intervento a Coimbra, non ha invocato sogni astratti: il suo è un pragmatismo visionario, che parte dalla consapevolezza dei limiti attuali per immaginare un’Europa capace di affrontare le sfide del tempo. Un’Europa che non si rassegna al declino, ma che torna ad essere protagonista. In fondo, la sua proposta è un invito: non solo ai vertici europei, ma ai cittadini. Perché senza una mobilitazione democratica, nessuna riforma sarà possibile. E perché il futuro dell’Europa, come già intuivano i padri fondatori, non si costruisce con l’unanimità dei consensi, ma con il coraggio delle scelte.
