Dal Vaticano un nuovo no a ogni forma di poligamia. Lo si legge in una nota dalla Segreteria generale del Sinodo, con cui si diffonde il rapporto della Commissione Secam (Simposio delle Conferenze episcopali d’Africa e Madagascar) su ‘La sfida pastorale della poligamia’. “Il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale – si legge nel testo -. Sul piano pastorale, il Secam esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico. Non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo. La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale, con Maria — madre di Gesù — offerta come modello di un’evangelizzazione incarnata nella cultura. La conclusione apre verso una ‘pastorale di prossimità’ capace di aprire le porte della Chiesa a quanti vivono nelle periferie spirituali ed esistenziali, riconoscendo in ogni persona un figlio di Dio chiamato all’amore fedele e all’alleanza”.
Ascoltare i poveri è atto di fede, tutti corresponsabili
La Segreteria generale del Sinodo ha pubblicato poi il rapporto finale del Gruppo di studio n.2 su ‘Ascoltare il grido dei poveri e della terra’. “Il documento – si legge – prende le mosse dalla convinzione teologica che ascoltare i poveri e la terra non sia un’opzione pastorale, ma un atto di fede costitutivo della missione ecclesiale, radicato nel duplice comandamento dell’amore e nell’esempio del Buon Samaritano”. Il documento evidenzia che ogni battezzato è corresponsabile. “Tra le proposte concrete – si legge nel rapporto – figura la creazione di un Osservatorio ecclesiale sulla disabilità, suggerito da un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità, quale modello replicabile a scala locale e regionale per dare voce a tutti i gruppi marginalizzati. Sul piano teologico, il rapporto richiama la necessità di una teologia che nasca dall’ascolto dei poveri e della terra come luoghi teologici autentici (loci theologici), e chiede che teologi provenienti dalle comunità più fragili siano coinvolti attivamente nell’elaborazione dei documenti magisteriali”.
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