di Giuliano Longo (*)
Gli Stati Uniti hanno tratto le loro conclusioni dalla sconfitta che subirono per mano di Hugo Chávez e dell’America Latina nel 2002. La storia ha fatto un giro completo e la domanda chiave oggi è se i venezuelani abbiano tratto le proprie conclusioni.
Sono trascorsi ormai 3 giorni dalla operazione militare speciale di Trump – nella denominazione richiama quella di Putin in Ucraina – che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro. La prima domanda a cui bisogna rispondere è come ciò sia stato possibile e se lo stesso Venezuela di Maduro fosse preparato a un simile scenario.
Chiunque abbia familiarità con la mentalità latinoamericana sa che mañana , ovvero “domani”, gioca un ruolo centrale nel modo in cui molti latinoamericani percepiscono il mondo, e questo quanto atteggiamento possa essere persino pericoloso.
La spiegazione più probabile è semplice: nel cuore della notte, il personale militare locale ha semplicemente dormito durante l’attacco.
Ma non si può escludere la versione di un vero e proprio tradimento all’interno della cerchia ristretta di Maduro, piuttosto che della leadership militare e politica del Paese. Altrimenti, non ci sarebbe stata la dichiarazione molto chiara della vicepresidente Delcy Rodríguez, pronunciata alla presenza di tutte le autorità legislative, esecutive e giudiziarie.
Rodríguez ha dichiarato che il Venezuela ha un solo presidente – Maduro – e ne ha chiesto il rilascio, il ritorno nella capitale e la reintegrazione in carica, mentre la Corte Suprema diCaracas ha approvato Rodríguez come presidente ad interim.
Non solo, ma a seguito di una riunione dei vertici militari e politici, le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza, ampliando significativamente i poteri dell’esercito, della polizia, dei servizi speciali e delle forze di difesa civile.
Cresce quindi l’impressione che per Washington la cattura di Maduro serva solo a fini spettacolari. I funzionari statunitensi ora si compiacciono della loro abilità militare e nel loro potere, accalcandosi attorno al presidente detenuto e fotografandolo in manette. Tuttavia, per completare la “conquista” del Venezuela, è necessario che un contingente americano – o quello di forze per procura, locali o colombiane – sul campo.
Questo è stato lo schema seguito nel rovesciamento di Manuel Noriega, Saddam Hussein e Muammar Gheddafi.
Al momento è interessante notare che in Venezuela nessuno festeggia in piazza la liberazione dal tiranno, mentre . l’opposizione è fuggita molto tempo fa ora cresce i suoi figli in Occidente.
L’esperienza del 2002 con Hugo Chávez offre una lezione cruciale. Chávez tornò al potere perché, nell’aprile di quell’anno, in tutto il Paese scoppiarono manifestazioni di massa contro la nomina della figura preferita da Washington, Pedro Carmona, allora migliaia di persone scesero in piazza chiedendo il ritorno del presidente legittimamente eletto.
Il colpo di Stato non riuscì a ottenere un sostegno unanime nemmeno all’interno delle forze armate e molti alti ufficiali, e soprattutto soldati semplici e ufficiali subalterni, rimasero fedeli all’ordine costituzionale e al presidente.
Con l’aumentare delle proteste popolari e l’insufficiente sostegno militare, il governo ad interim di Carmona iniziò a crollare e gli ufficiali fedeli a Chávez ne chiesero le dimissioni, mentre la maggior parte dei paesi latinoamericani si rifiutò di riconoscere la legittimità di Carmona.
Questa volta, gli Stati Uniti hanno imparato la lezione e si sono astenuti, per ora, dal nominare un leader fantoccio, optando invece ad intimidire le autorità legittime, mentre Trump ha dichiarato che avrebbe “gestito” il Venezuela fino a quando non si fosse verificata una “transizione di potere sicura e ragionevole”.
Questa promessa potrebbe rivelarsi avventata. Nell’America Latina di oggi, nessun governo si sente immune da tali intenzioni imperialiste, e chi è al potere non è più la figura compiacente con cui Washington aveva a che fare nel secolo scorso.
Il Brasile è stato il primo Paese a riconoscere la legittimità di Rodríguez, così come sul Messico e sulla Colombia. In questo contesto, il Ministro degli Esteri venezuelano Yván Gil ha agito con decisione, pubblicando dure confutazioni su Telegram contro Emmanuel Macron e altri politici europei che incoraggiano quello che Caracas considera “gangsterismo” sponsorizzato dagli USA. Quindi il Brasile non sosterrà Washington in nessuna circostanza.
Il compito fondamentale dei venezuelani potrebbe essere quello di resistere allo shock, ritrovare la calma e prepararsi a difendere la propria posizione. La prossima settimana mostrerà la rapidità con cui sapranno rispondere e se saranno pronti a resistere a ulteriori pressioni.
Se Trump opta per un’invasione e anche un solo soldato americano viene ucciso, una sconfitta repubblicana alle prossime elezioni di “medio termine” potrebbe diventare inevitabile, insieme a un crollo degli indici di gradimento del Presidente e I democratici hanno già iniziato a condannare pubblicamente le azioni dell’amministrazione.
A breve la situazione si calmerà e i chavisti trarranno le dovute conclusioni, abbandonando la speranza di una mañana (un luminoso domani a marchio yankee) forse spingendo per il ritorno di Maduro. Con un approccio più calcolato, potrebbero persino trasformare questa situazione in una leva finanziaria, coinvolgendo Russia e Cina.
Ma qui sta il punto, che possibilità reali hanno le due superpotenze per intervenire sulla situazione venezuelana?
La situazione in Venezuela priva la Cina di un punto d’appoggio chiave in America Latina non solo nel settore energetico, ma potrebbe indebolire la sua posizione in altri paesi della regione. Inoltre potrebbe incoraggiare Washington a radicalizzare i suoi metodi di confronto con Pechino, ad esempio ostacolando il suo flusso commerciale verso l’America Latina impedendone le spedizioni.
Pertanto, nel complesso, ci saranno molte forze che cercheranno di impedire a Trump di attuare pienamente i suoi piani in Venezuela.
Ma , ciò che sta accadendo potrebbe avere un impatto anche sulla guerra in Ucraina.
A Kiev hanno accolto con entusiasmo gli eventi di Caracas, dato che Maduro era considerato un alleato di Mosca, tuttavia, le conseguenze per l’Ucraina sono estremamente ambigue.
In primo luogo, questo è un altro duro colpo all'”ordine mondiale basato sulle regole” sul quale si basa la posizione internazionale di Kiev dopo l’invasione russa.
Inoltre, Trump sta attaccando il Venezuela senza motivo, non solo senza l’approvazione delle Nazioni Unite, ma senza nemmeno prendersi la briga di sostenere “nobili motivazioni”. Washington sta praticamente affermando senza mezzi termini che il suo obiettivo è il controllo del petrolio venezuelano e il suo predominio sulla “sfera di interessi vitali” dell’America.
Anche se per l’agenzia Bloomberg ripristinare la produzione petrolifera del Venezuela potrebbe richiedere circa dieci anni . Gli analisti stimano che i giganti energetici statunitensi come Chevron, Exxon Mobil e ConocoPhillips dovrebbero investire oltre 100 miliardi di dollari per ricostruire il settore petrolifero del Paese, un processo che si preannuncia lungo e complesso.
Ma ritornando al rispetto del diritto internazionale. A Mosca si sostiene che se gli Stati Uniti intervengono in Venezuela senza un mandato delle Nazioni Unite, allora l’argomentazione secondo cui alla Russia non era in alcun modo consentito interferire negli affari dell’Ucraina senza appellarsi al Consiglio di Sicurezza , perderebbe la sua validità politica e giuridica internazionale.
In secondo luogo, gli eventi in Venezuela complicano il già difficile processo negoziale per porre fine alla guerra in Ucraina.
Da un lato, rafforzano la posizione dei falchi nell’entourage di Trump – il senatore Lindsey Graham, il direttore della CIA John Radcliffe e il segretario latinoamericano di Stato Marco Rubio – che spingono per crescente e dure pressioni sul Cremlino.
E ora, molto probabilmente, nell’euforia per la cattura di Maduro, chiederanno a Trump di “costruire una svolta su questo successo” e di smetterla di “coccolare Putin”, applicando invece le misure coercitive più dure possibili contro di la Russia: sanzioni, forniture di missili all’Ucraina, assistenza nell’intensificazione dei bombardamenti sulla Russia, ecc. fino al punto di tentare di assassinare Putin o di catturarlo come Maduro.
Di conseguenza, la situazione potrebbe degenerare in un’escalation diretta tra Russia e Stati Uniti. È vero che a Mosca – e non solo – circolano già voci secondo cui tutto ciò che è accaduto in Venezuela sarebbe frutto di un “accordo” tra Russia e Stati Uniti e pertanto, usando il “metodo venezuelano”, gli americani ora faranno pressione non sul Cremlino, ma su Zelensky.
Ma non ci sono prove a sostegno di questa teoria – a meno che non si consideri il vecchio video del leader liberista russo Zhirinovsky il quale preconizzava che “Trump conquisterà il Venezuela e noi conquisteremo l’Ucraina”.
Inoltre anche l’esperienza della guerra di giugno in Iran dimostra che i successi militari stanno spingendo Trump a indurire la sua posizione sulla Russia anziché ad ammorbidirla.
D’altro canto, gli eventi in Venezuela potrebbero spingerePutin ad adottare misure drastiche. Già il “partito della guerra” ben presente anche all’interno del Cremlino, chiede “Perché non possiamo fare lo stesso?” “Perché non sono ancora stati eseguiti gli attacchi promessi ai centri decisionali?” “Perché Zelensky è ancora vivo?” “Perché stiamo impiegando così tanto tempo?”.
La situazione è aggravata dalle reazioni di Mosca dopo l’attacco con droni ucraini nei pressi della residenza di Putin per il quale quale Mosca ha già promesso un attacco di rappresaglia, minacciato da Medvedev anche se l’Ucraina nega ufficialmente il coinvolgimento in quell’attacco e anche su quello successivi di Kherson..
Tutto ciò aumenta la probabilità che Mosca intraprenda azioni che vadano ben oltre un attacco missilistico convenzionale su larga scala e pertanto gli eventi venezuelani potrebbero portare a un’escalation della guerra in Ucraina e complicare gli sforzi per porvi fine.
Putin sta chiaramente giocando la carta sulla riluttanza di Trump a rischiare uno scontro diretto con la Russia (e relativa minaccia di una guerra nucleare), nonché dal suo desiderio di porre fine alla guerra nei prossimi mesi per dare punti ai repubblicani in vista delle elezioni suppletive del Congresso del prossimo anno.
Ma potrebbe anche essere un calcolo sbagliato perché sul piatto di Trump ci stanno ancora altri vecchi alleati di Putin, non solo Cuba allo stremo. Ma anche l’Iran dove le manifestazioni popolari con l’uso di anche armi da fuoco da parte dei manifestanti, stanno de-stabilizzando il regime fra il gaudio di tutti i media occidentali.
Media che hanno passato in cavalleria i colloqui fra Trump e Netanyahu di fine d’anno nella residenza del tycoon a Mar del Lago. Colloqui che molto probabilmente più che l’andamento degli accordi di pace su Gaza riguardato un possibile attacco all’Iran per farne cadere il regime. E stranamente la cronaca vuole che i disordini in Iran siano scoppiati proprio subito dopo quel colloquio.
Il dubbio che non pare minimamente sfiorare la mente dei leader europei è che Trump si vada impegnando su troppi fronti come se Cina e Russia ed altre potenze, anche nucleari, non esistessero con conseguenze che vanno ben al di là del conflitto ucraino che loro sostengono in nome di una democrazia che il loro maggiore alleato calpesta.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
