di Giuliano Longo
Mentre Israele valuta la collaborazione degli Stati Uniti per attaccare i siti nucleari iraniani, e Trump ha minaccia la Guida Suprema esortandolo alla resa, Germania, Canada, Regno unito e Australia si sono limitati a chiedere a Teheran di abbandonare il suo programma nucleare, mai minimamente accennando alla possibilità di intervenire nel conflitto.
Anche se è evidente, e non da oggi, che l’Iran non può contare su alleati in Occidente lo è altrettanto evidente che soprattutto l’Europa è terrorizzata all’idea che gli americani intervengano nel conflitto. Cosa farebbe, ad esempio, la NATO in tal caso?
Almeno sulla carta sempre che i pacta siano “servanda”, Teheran alleati ne ha, si tratta di vedere sino a che punto siano disposti a sostenere gli ayatollah nel loro programma nucleare con o senza bomba.
L’Iran fa affidamento da tempo su una rete di gruppi paramilitari alleati in Medio Oriente come parte della sua strategia di deterrenza. Questa strategia lo ha ampiamente protetto da attacchi militari diretti da parte di Stati Uniti o Israele, nonostante le continue minacce e pressioni.
Questo “asse della resistenza” comprende gruppi come Hezbollah in Libano, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) in Iraq, i militanti Houthi in Yemen e Hamas a Gaza, che da tempo è sotto l’influenza iraniana a vari livelli. L’Iran ha anche sostenuto il regime di Bashar al-Assad in Siria prima della sua caduta lo scorso anno.
Questi gruppi hanno svolto sia la funzione di cuscinetto regionale sia quella di mezzo per l’Iran per proiettare sull’area mediorientale la propria influenza, ma da almeno un anno Israele, con l’aiuto della Turchia in Siria, se non smantellato, ha notevolmente indebolito questa rete con il pieno consenso degli USA.
Tuttavia l’Iran mantiene ancora una forte influenza in Iraq e Yemen. Le Forze di Difesa Popolare (PMF) in Iraq, con circa 200mila combattenti e gli Houthi yemeniti, con una forza analoga, rimangono alleati formidabili.
Se la situazione dovesse degenerare in una minaccia esistenziale per l’Iran – unico stato sciita della regione – la solidarietà religiosa potrebbe spingere questi gruppi a intervenire estendendo rapidamente la guerra a tutta la regione.
Le PMF, ad esempio, potrebbero lanciare attacchi contro i 2500 militari americani di stanza in Iraq, di qui la minaccia di Trump di scatenare in tal caso un suo “inferno” di stampo israeliano.
L’Iran stesso potrebbe anche colpire con missili balistici le basi statunitensi nei paesi del Golfo Persico, nonché chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale scorre circa il 20% del petrolio mondiale.
Diverse potenze regionali mantengono stretti legami con l’Iran. La più importante tra queste è il Pakistan, lunico paese islamico dotato di arsenale nucleare. Per settimane, la guida suprema iraniana Ali Khamenei ha intensificato i rapporti con Islamabad per contrastare le azioni di Israele a Gaza.
Una minaccia avvertita anche da Trump che ha già incontrato il capo di stato maggiore dell’esercito del Paese ottenendo ( in apparenza) prove di fedeltà a Washington.
Ma il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha offerto anche al presidente iraniano “incrollabile solidarietà” di fronte “all’aggressione immotivata di Israele”.
E ha già messo le mani avanti il Ministro della Difesa dichiarando che Israele “ci penserà molto prima di attaccare il Pakistan“. Il che lascia intendere che proprio fra Teheran e Islamabad corra una intesa più o meno sotterranea.
Anche se il Pakistan si è impegnato per allentare le tensioni, ha tuttavia esortato altre nazioni a maggioranza musulmana e il suo partner strategico, la Cina, a intervenire diplomaticamente prima che la violenza si trasformi in una guerra regionale più ampia.
Negli ultimi anni, l’Iran si è aperto diplomaticamente verso gli ex rivali regionali sunniti, come l’Arabia Saudita e l’Egitto e queste aperture hanno contribuito a ottenere un più ampio sostegno regionale all’Iran.
Quasi 24 paesi a maggioranza musulmana – compresi alcuni che intrattengono relazioni diplomatiche con Israele – hanno condannato le azioni di Israele sollecitando una de-escalation.
È improbabile che potenze regionali come l’Arabia Saudita, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia sostengano materialmente l’Iran, date le loro forti alleanze con gli Stati Uniti, ma non è detto che si schierino o facilitino un eventuale intervento USA, suscitando l’ira delle rispettive opinioni pubbliche soprattutto in Giordania.
Ma anche il timore delle proprie classi dirigenti se venisse eliminato Khamenei, esempio di possibili futuri guai per le dittature di molti Paesi musulmani.
Sin qui i potenziali amici dell’Iran a livello regionale, ma chi può giocare le carte decisive sono alleati a livello globale sono Cina e Russia che hanno condannato gli attacchi di Israele e in precedenza protetto l’Iran anche da risoluzioni punitive avevano del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Nessuna delle due potenze, anche formalmente alleate, sembra disposta, almeno per ora, a inasprire il confronto fornendo supporto militare diretto all’Iran anche se quello indiretto a nostro avviso già esiste.
Non a caso Mosca si è offerta di fornire all’Iran altri apparati di difesa aerea di cui è carente come dimostrano le “passeggiate” distruttive degli aerei militari israeliani sui suoi cieli.
In teoria, la situazione potrebbe cambiare se il conflitto si allargasse e Washington perseguisse apertamente una strategia di cambio di regime.
Cina e Russia hanno importanti interessi geopolitici e di sicurezza sulla stabilità dell’Iran. Situazione ben chiara a Netanyahu il quale si è affrettato a rassicurare Putin che non verrà attaccata la centrale nucleare di Bushehr dove lavorano maestranze russe.
D’altra parte la politica iraniana dal almeno 20 anni guarda a est ancora di più dopo le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali.
Mosca è rimasta in disparte quando il regime alleato di Assad è crollato in Siria concentrata sulla guerra in Ucraina, ma non può certo mettere a repentaglio l’alleanza con Teheran recentemente riaffermata a gennaio con “il patto di alleanza strategica” che tuttavia non prevede interventi militari.
La Cina ha offerto un forte sostegno all’Iran e gli esperti occidentali ritengono abbia scarso interesse a essere coinvolta direttamente nei conflitti in Medio Oriente. Almeno fino a quando non le toccano il portafoglio petrolifero e gli accordi con l’Iran sulla “via della seta”
Ma l’impressione è che gli “esperti” oltre ad esorcizzare l’intervento di questi alleati globali, sottostimino l’aggressività di Netanyahu che è disposto a tirare la corda oltre ai limiti del possibile coinvolgendo il titubante Trump, che pure afferma di avere un occhio strategicamente più attento su Taiwan.
In tal caso le forme di aiuto a Teheran potrebbero variare dalla fornitura di armi tecnologicamente avanzate, di cui in parte l’Iran già dispone, sino al sostegno indiretto a misure estreme quali la chiusura dello Stretto di Hormuz o il blocco Houti del transito commerciale del Mar Rosso.
Infine, siamo certi che Putin dopo la Siria rinunci anche all’alleanza con l’Iran perdendo ogni influenza in un’area attigua al Caucaso e all’Asia Centrale?
Oppure che la Cina stia a braccia conserte dopo che l’oro nero di Teheran, che fino a poco tempo fa scorreva a fiumi verso Pechino, ora arriva col contagocce?
Si è vero Bibi ha mantenuto la promessa al suo popolo di “scatenare” l’inferno a Gaza, ma lo aveva avvertito che lo stava scatenando in tutto il mondo? Oppure muoia Sansone con tutti i Filistei?
