Cronaca

Abbandonato e mutilato di un braccio, muore il bracciante di Latina. Orrore nel mondo del lavoro

di Wladymiro Wysocki (*)

 

Satnam Singh, 31 anni, così si chiamava l’uomo di origine indiana che lo scorso 17 giugno è stato vittima di un gravissimo infortunio nei campi di una azienda agricola nella zona di Borgo Santa Maria, Latina.

L’uomo, durate il lavoro, rimane vittima di una amputazione del braccio destro e di gravi lesioni alle gambe causate dal macchinario avvolgi plastica a rulli.

Un incedente violento, terribile, dalle lesioni gravemente irreversibili, ma che ormai la cronaca ci ha abituati nel consueto drammatico bollettino quotidiano a tal punto da non lasciare più un senso di stupore ma di quasi rassegnazione di una amara realtà.

Ma quello che ci lascia sbalorditi, impietriti, increduli e senza parole è la brutale crudeltà e freddezza di un uomo che è stato caricato e letteralmente abbandonato in prossimità della sua abitazione privo di coscienza e sanguinante lasciando il suo arto su una cassetta di raccolta di ortaggi nel campo.

Un gesto di una barbarie indescrivibile e inimmaginabile nella realtà, vista solo nei film, ma a quanto pare siamo arrivati oltre alla fantasia degli sceneggiatori cinematografici.

È il caso di dire che la realtà supera la fantasia.

Una cruda constatazione di quanto il rispetto e la dignità della vita umana, in determinati contesti, sono totalmente annullati.

Disprezzo assoluto per una vita, di un essere umano dove la sola e unica finalità è quella della produzione, del fatturato, dello sfruttamento della forza lavoro fino al gesto più estremo.

L’uomo paragonato ad un qualsiasi utensile che al momento della sua inefficienza viene gettato come un comune rifiuto.

Posso sembrare crudo, duro, violento, ma non credo di sfiorare mai quanto è stato commesso.

Forse solo così possiamo arrivare a toccare le coscienze di qualcuno, mettendo la realtà con la stessa violenza dei loro inauditi comportamenti.

In questi casi parlare della cultura della sicurezza è anche irrisorio perché qui dobbiamo fermarci tutti e fare una analisi seria di dove si è stati capaci di arrivare.

Fino a quale limite è spinto un titolare di impresa pur di raggiungere il suo obiettivo, una riflessione che deve lasciarci tutti attoniti.

E mentre si sta procedendo alle indagini per ricostruire l’accaduto nel corso delle ore nella tarda giornata del 19 giugno, l’uomo, presso l’ospedale San Camillo di Roma nel quale era stato portato in eliambulanza, è deceduto.

L’imprenditore, Antonello Lovato di 38 anni, dirà ai carabinieri di aver agito in preda al panico, alla paura e alla confusione nel caricare sul furgone il ferito e la moglie, di essersi recato presso la loro abitazione e di abbandonarli.

Il comune di Latina è pronto a costituirsi parte civile, dalla Regione Lazio il presidente Francesco Rocca annuncia che oltre a costituirsi parte civile, nel processo con spese a loro carico, è pronto a sostenere anche le spese del funerale.

Seguono a ruota i comunicati e le dimostrazioni di indignazione da parte di tutte le organizzazioni sindacali e del Ministro del Lavoro, Marina Elvira Calderone, tornando sulla necessità e priorità nella lotta al caporalato.

Ennesima vittima del lavoro con aggiunta di una efferatezza di una azione priva di ogni dignità e rispetto della persona.

Formazione, cultura della sicurezza, prevenzione, in questi contesti ci troviamo disarmati di fronte a un tale gesto.

Maggiori controlli sono sicuramente un deterrente importante così come probabilmente l’istituzione di un eventuale impianto giuridico dell’omicidio sul lavoro, ma inevitabilmente dobbiamo lavorare e molto sulla mentalità, su una educazione al lavoro sano e genuino che deve cominciare nelle scuole.

Ormai da troppo tempo si ripetono sempre le stesse parole, le stesse frasi e nel quotidiano per un verso o per un altro il mondo del lavoro ci proietta le gravi emergenze e carenze.

Vittime del lavoro che aumentano in un paese dilaniato dalle morti bianche, di persone che non tornano a casa dai propri cari.

Inaccettabile, ma la strada è lunga e non dobbiamo mollare.

Per questo fatto non ci resta che attendere alla giustizia, quella vera nella speranza che non si traduca il tutto in un nessun colpevole.

*Esperto di sicurezza sul lavoro

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