di Luca Ciarrocca (*)
«Se qualcuno pensa che l’Unione Europea o l’Europa nel suo insieme possano difendersi senza gli Stati Uniti, continui pure a sognare. Non potete».
Davanti alle commissioni riunite di difesa e affari esteri del Parlamento Europeo, il segretario generale della NATO Mark Rutte – colui che chiama Trump “paparino” – per la prima volta ha sdoganato un tema tabù nel vecchio continente: che l’Europa possa perdere l’ombrello nucleare americano.
«Good luck»
Dovendo davvero «fare da sola», ha spiegato Rutte, la spesa per la difesa degli stati UE membri NATO dovrebbe aumentare al 10%, non al 5% concordato. Rafforzare le proprie capacità nucleari costerebbe «miliardi e miliardi di euro». «Buona fortuna» ha detto Rutte. L’alert agli europei è chiaro: «Dovreste costruire una vostra capacità nucleare. E non sarete in grado».
Avvertimento che arriva nel momento di massima tensione politica transatlantica. Le minacce dell’uomo di Mar-a-Lago di annettere la Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca, alleata NATO, e l’uso irrazionale dei dazi come ricatto commerciale, hanno riacceso un dibattito che per anni era rimasto sottotraccia, creando nuovi dubbi e preoccupazioni su quanto l’Europa dipenda davvero da Washington per la propria sicurezza.
Al centro del nodo c’è l’ombrello nucleare americano. L’architettura NATO include ancora oggi la nuclear sharing, cioè la presenza di bombe atomiche Usa “a gravità” in alcune basi europee, sotto regole di controllo politico e procedurale che mantengono il comando all’America.
Questo arsenale, sebbene tecnicamente vetusto, rappresenta il legame fisico più solido tra le due sponde dell’Atlantico. In Italia, la presenza di questi ordigni si concentra nella base di Aviano, con circa 20-30 testate, e a Ghedi, che ne ospita tra le 10 e le 15 unità. Altri bunker sono operativi a Büchel in Germania, Volkel nei Paesi Bassi e Kleine Brogel in Belgio. Le bombe appartengono agli USA ma i caccia (per l’Italia Tornado e F-35) e i piloti sono europei, vincolati a una catena di comando che ha il suo vertice ultimo nello Studio Ovale.
La solidità di questo sistema dipende dalla prevedibilità e affidabilità politica di Washington, oggi terremotata da Trump. È su questo punto che si inseriscono le proposte europee.
Il nucleare francese e britannico
Il presidente francese Emmanuel Macron ha più volte invitato ad aprire un «dialogo strategico» sull’estensione della deterrenza nucleare francese agli alleati UE. La Francia dispone di un arsenale stimato intorno alle 290 testate e di una deterrenza basata su sottomarini e una componente di missili balistici atomici. Ma per Parigi ogni ipotesi di protezione estesa resterebbe sotto decisione sovrana francese, senza automatismi.
Anche il Regno Unito è entrato nel dibattito. Londra possiede una deterrenza fondata sui sottomarini armati con missili Trident, con un arsenale stimato attorno alle 225 testate e un tetto “politico” massimo di 260. Discussioni riportate dalla stampa britannica parlano di valutazioni riservate su una possibile condivisione della deterrenza con la Germania, come misura di continuità nel caso di un ridimensionamento del ruolo americano. Il governo di Londra ha confermato solo che tutte le opzioni vengono analizzate, ribadendo la centralità NATO.
Il punto critico è che le deterrenze francese e britannica sono costruite su sistemi missilistici e su catene di comando nazionali. Trasformarle in un sostituto diretto delle B61 americane implicherebbe scelte radicali su dottrina, responsabilità e tempi decisionali, con effetti immediati sulla stabilità strategica dell’Europa.
Secondo il think tank RUSI, ogni spostamento verso est dell’arsenale atomico europeo verrebbe interpretato dalla Russia come una provocazione diretta, alimentando una spirale di escalation in un momento di estrema fragilità globale. Ecco perché il «good luck» di Rutte: l’Europa e gli Stati Uniti «hanno bisogno l’uno dell’altro» ha affermato, per cui il Vecchio Continente «dipenderà dall’ombrello nucleare americano per un periodo di tempo considerevole».
Il segretario generale della NATO è anche scettico sull’idea di un esercito europeo. Una forza di difesa comune UE in aggiunta alle forze armate nazionali porterebbe a «molte duplicazioni» ha avvertito. «Complicherebbe le cose. E il Presidente russo Vladimir Putin ne sarebbe entusiasta».
85 secondi
Proprio oggi, i vertici del Bulletin of the Atomic Scientists, insieme al premio Nobel per la Pace Maria Ressa, hanno svelato la nuova impostazione del Doomsday Clock, l’Orologio dell’Apocalisse per il 2026. L’anno scorso, le lancette segnavano 89 secondi alla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe globale mai registrato nella storia. Oggi il Bulletin ha spostato il clock a 85 secondi alla mezzanotte, da ora il punto di massima vicinanza mai raggiunto al momento che simboleggia la fine dell’umanità così come la conosciamo.
In un mondo in cui la Cina espande il proprio arsenale, l’Iran sfiora la soglia atomica e la Corea del Nord prosegue i suoi test, l’Europa è chiamata a scegliere. La tesi di Rutte è che Europa e Stati Uniti abbiano bisogno l’uno dell’altro. Resta da vedere se Washington, sotto la spinta imprevedibile delle sue tensioni interne, sia ancora disposta a condividere il peso di questo destino.
(*) Giornalista e scrittore
