Medicina

AI: Branda, l’autodiagnosi non sostituirà il medico

di Margherita Lopes (*)
Roma, 27 apr. (LaPresse) – Sono già numerose le declinazioni dell’intelligenza artificiale (AI) studiate per medici e pazienti. Mentre GPT-Rosalind di OpenAI punta ad accelerare la ricerca nelle scienze della vita, altri strumenti stanno già modificando il rapporto delle persone con i problemi di salute e non sempre in modo positivo, come ha mostrato il caso di Joseph Neal Riley, che si è affidato a Perplexity rinunciando ai suggerimenti dell’oncologo finché non è stato troppo tardi. Ma davvero finiremo tutti nelle mani del ‘dottor AI’? A rispondere a LaSalute di LaPresse è Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai). L’autodiagnosi si è già rivelata una trappola per alcuni pazienti. E allora? Se avete in mente un robot in camice bianco, non è l’idea di Branda, che al posto di “una figura autonoma che sostituisce il medico”, pensa a “una componente strutturale del processo clinico, una sorta di ambiente cognitivo dentro cui si esercita la medicina. Questa distinzione è importante, perché spesso il dibattito pubblico oscilla tra due estremi semplificati: da un lato l’idea di una sostituzione del medico da parte della macchina, dall’altro quella di un semplice strumento neutro, come un stetoscopio digitale più sofisticato. In realtà, l’AI non è né una figura autonoma né uno strumento passivo, è un sistema che ridefinisce il modo in cui si costruisce il ragionamento clinico”, puntualizza. “L’AI non pensa come un medico, ma riorganizza il campo delle possibilità cliniche: evidenzia correlazioni invisibili, suggerisce ipotesi probabilistiche, riduce lo spazio dell’errore casuale, ma – avverte Branda – introduce nuove forme di errore sistemico. Qui emerge un punto critico spesso sottovalutato: l’AI non è epistemologicamente neutrale. Ogni modello è costruito su dati storici, che riflettono disuguaglianze, bias diagnostici, differenze di accesso alle cure e pratiche cliniche non uniformi. Questo significa che il dottor AI non sarà semplicemente più o meno intelligente, ma porterà con sé una memoria statistica del sistema sanitario che lo ha generato”, dice Branda. Come reagiranno i pazienti? “Da un lato stanno sperimentando forme indirette di medicina algoritmica: sistemi di triage, diagnostica per immagini assistita da AI, algoritmi di predizione del rischio cardiovascolare o oncologico. In molti casi, l’accettazione è elevata perché l’intelligenza artificiale viene percepita come uno strumento che migliora la precisione e riduce l’incertezza. Dall’altro lato, però, la medicina non è mai stata unicamente un problema di accuratezza tecnica. È anche un sistema di attribuzione di senso, responsabilità e fiducia – sottolinea Branda – Il paziente non si limita a chiedere qual è la diagnosi corretta? Ma anche chi si assume la responsabilità di questa diagnosi?”. Come ormai sappiamo il rapporto medico-paziente è un motore potente. Ebbene, “l’AI è potenzialmente più precisa in molti compiti analitici, ma non è un soggetto morale. Non può essere destinataria di fiducia nel senso umano del termine, perché non risponde, non si espone, non si assume responsabilità. Questo crea una possibile frattura culturale: da un lato una fiducia funzionale nell’algoritmo (per la sua performance), dall’altro una fiducia esistenziale che rimane ancorata alla figura del medico”, riflette Branda. Insomma, è plausibile che “il paziente del futuro non si fidi dell’AI, ma di un sistema ibrido senza comprenderne pienamente la distribuzione interna delle responsabilità. C’è anche un rischio più sottile: la progressiva opacizzazione della decisione clinica. Se la raccomandazione deriva da una catena complessa di modelli, dati e inferenze, il paziente potrebbe percepire la medicina come più potente ma anche meno intelligibile. E la perdita di intelligibilità, nella medicina è sempre anche una perdita di controllo”.
(*) La Presse 

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