di Giuliano Longo
La richiesta di Zelensky di dichiarare una tregua reciproca almeno di 30 giorni e senza condizioni, non sembra l’avvio per un vero progetto di pace. Anzi secondo alcuni analisti russi è solo il preludio per una offensiva ucraina in preparazione, che dovrebbe svilupparsi nei prossimi mesi estivi.
I commentatori occidentali oscillano fra due estremi. Chi ritiene che l’esercito ucraino sia alla canna del gas, chi invece come il vicedirettore del Corriere della Sera, Fubini, descrive un quadro tragico dell’esercito russo senza più uomini e mezzi ridotto a combattere con muli, motorini e barboni alcolizzati.
L’intelligence di Mosca invece ritiene che una tregua armata, più o meno breve, non solo consentirebbe all’Ucraina di leccarsi le evidenti ferite, ma darebbe tempo allo Stato maggiore di Kiev per elaborare i piani della prossima offensiva estiva supportata dai Paesi Nato, con o senza il diretto e palese supporto americano.
Un supporto che comunque è garantito dagli aiuti vincolanti e assunti da Joe Biden a poche settimane dalla scadenza del suo mandato, che anvche secondo fonti occidentali, dovrebbero bastare almeno per tutto l’anno in corso e oltre. E dai quali Trump non può prescindere.
Questa apparente “sete di pace” di Zelensky è anche motivata dall’attesa delle conseguenze, almeno sul piano tattico, che potrà avere l’impiego di armi a lungo raggio in territorio russo decisa da alcuni Paesi europei, con l’implicito assenso degli Stati Uniti.
Ogni cessate il fuoco in una situazione in cui missili e droni russi raggiungono il cuore dell’Ucraina, sarebbe un sollievo per Kiev che non ha il potenziale sufficiente per colpire i centri industriali su un territorio qual è quello della Federazione russa che si estende per ben otto fusi orari.
Attualmente i “volenterosi” europei hanno solo leggermente esteso il raggio d’azione delle Forze armate ucraine, eliminando le restrizioni sulle armi a lungo raggio, ma ciò non cambierà radicalmente la situazione su un fronte che si estende per oltre mille chilometri.
Già Biden aveva autorizzato i primi attacchi sul territorio russo con gli Storm Shadow e forse oggi quello del cancelliere tedesco Merz sui missili Taurus è solo un bluff se non si hanno ben chiari gli obiettivi da colpire con missili così costosi, che rischiano di venir abbattuti.
Inoltre i veri generali di entrambe le parti, e non gli strateghi da tastiera, si preparano sempre allo scenario peggiore, mimetizzando attentamente o spostando i nodi di controllo strategico fuori dal raggio d’azione dei missili.
A proposito di oggetti strategici, ci si chiede se l’intenzione sia anche quella di colpire quelli dello scudo nucleare russo, che rientrano ora nel raggio d’azione non più dei droni ucraini, ma dei missili NATO ad alta tecnologia.
Un punto sul quale la la Casa Bianca mantiene il più rigoroso silenzio ben sapendo che in caso di superamento di quest’ultima linea rossa, gli stati Uniti sarebbero i primi a essere colpiti da quelli balistici e supersonici russi e certamente prima di Berlino o Parigi.
Fugata questa terribile prospettiva, anche se l’autorizzazione ad attaccare con missili NATO in profondità alla massima gittata possibile non determinerà una svolta nelle operazioni militari, potrebbe invece essere il preludio all’imminente operazione offensiva delle Forze Armate ucraine nella prossima estate.
Sarebbe sufficiente, ad esempio, che la NATO spostasse le sue unità ai confini della Bielorussia (come già avviene i Polonia e nei Paesi Baltici) per rendere disponibili molte forze ucraine sui punti caldi del fronte orientale.
La tregua dunque come cacio sui maccheroni, mentre già le Forze Armate ucraine accumulano le forze per un attacchi brevi, ma massicc,i in territorio russo.
Le forze armate ucraine sono state recentemente espulse dalla regione di Kursk che per lungo tempo ha rappresentato quasi un feticcio di Zelensky a dimostrazione di poter occupare lembi di territorio russo come merce di scambio per eventuali trattative.
Forti di questa cocente esperienza gli esperti russi prevedono operazioni analoghe di sfondamento in territorio russo, altrimenti il 2025 sarà segnato solo dal continuo ritiro delle Forze Armate ucraine.
E’ vero che gli ucraini si stanno ritirando e attualmente non hanno abbastanza uomini e mezzi per sviluppare un’operazione offensiva su larga scala, ma va ricordato che il blitz sull’oblast russo di Kursk dell’agosto scorso ebbe successo e i russi hanno impiegato 8 mesi per liberarlo, pure con il riconosciuto contributo dei soldati nord coreani.
La conseguenza evidente è che Kiev ha ancora la forza di lanciare un “attacchi di prestigio” che alimenterebbero, se non le speranze di vittoria, almeno quelle di un progressivo indebolimento del potenziale militare ed economica russa, soprattutto se Trump imponesse ulteriori sanzioni.
Inoltre questi successi, sia pure limitati, spingerebbero le elites dei governi europei a pompare altre risorse finanziarie e militari sulla coraggiosa Ucraina, sempre sull’orlo della vittoria, ma sempre impedita (mutilata?) dalla loro micragnosità.
Anche la stessa insistenza dei media occidentali sulle enormi difficoltà militari e civili dell’Ucraina, con toni sempre più spesso drammatici, a Mosca viene interpretata come “fumo negli occhi” sulle reali intenzioni di Kiev e più ancora su quelle della Nato.
Non a caso, quale precondizione di ogni trattativa, Putin chiede una dichiarazione scritta, un accordo di ferro, perché la NATO rinunci ad espandersi non solo in Ucraina, ma anche in Georgia, nel Caucaso e in Moldavia.
Anche il tentativo russo di occupare una zona cuscinetto di sicurezza va proprio incontro ai timori di una prossima offensiva ucraina e lascia intravedere l’impossibilità di Mosca, almeno per l’anno in corso, di determinare il collasso ucraino sul fronte.
Allo stesso tempo (ancor più grave) indica che anche Mosca sta accumulando risorse nella previsione che il conflitto sfoci in qualcosa di peggio in Europa, come si evince dalle continue mosse militari di Mosca e dell’Alleanza per rafforzare la difesa dei propri confini o aree di influenza, dal Baltico al Mar Nero.
In questo contesto è assurdo lo scaricabarile fra Kiev (più l’Occidente) e Mosca su chi vuole o non vuole veramente la pace, perché è proprio la situazione oggettiva a impedire quanto meno l’avvio di trattative serie.
In un gioco di furbizie e ben più concreti ignoti retropensieri i quali indicanoche una vera e propria strategia di pace nessuno in Occidente ce l’Ha, né l’Europa ne Trump.
Mentre Putin, contrariamente all’opinione dei media occidentali, una strategia ce l’ha ed è prevalentemente difensiva. Altro che invasione dell’Europa!
