di Michał Kłosowski (*)
3 Giugno 2025
Le recenti elezioni presidenziali polacche, vinte da Karol Nawrocki, candidato civico sostenuto da Diritto e Giustizia, non sono state una semplice sfida tra programmi elettorali, bensì un confronto tra due visioni opposte della Polonia: quella popolare e quella delle élite. È in questo scontro che si è manifestata la posta in gioco reale — il mandato a governare e lo stato del patto sociale — che non riguarda solo un paese, ma una buona parte dell’Europa. Nessuno si fa ormai illusioni: è stato un cartellino giallo per chi rappresentava il sistema.
Negli ultimi anni è cresciuta la percezione che le élite politiche, mediatiche ed economiche vivano scollegate dai problemi reali dei cittadini comuni. La retorica dei “valori europei”, della transizione verde e della necessità di “modernizzare” la Polonia è apparsa spesso lontana da chi ancora lotta per la sopravvivenza, la dignità del lavoro, la parità delle opportunità — e per colmare il divario con l’Occidente, abbandonando complessi e illusioni. Sempre più spesso, inoltre, si notano i problemi dei modelli di sviluppo adottati in paesi come la Francia o il Regno Unito. È quella parte della società — dimenticata, abbandonata — che ha deciso di far sentire la propria voce. E l’ha fatto forte e chiaro. Già il primo turno lo ha dimostrato: quasi il 40% dell’elettorato polacco si è espresso contro la classe politica tradizionale.
In queste elezioni si è riproposto anche uno scontro classico: centro contro periferia, grandi città contro provincia, beneficiari della trasformazione post-1989 contro le sue vittime. I candidati vicini alle élite potevano contare sul sostegno degli elettori urbani, ben istruiti, orientati all’Occidente e simbolicamente separati dal “resto del Paese”. Ma la seconda Polonia — quella “non raccontata”, “sottorappresentata”, “messa a tacere” — ha risposto con mobilitazione, rabbia e speranza, scegliendo candidati portatori di valori diversi. Anche se il loro passato poteva apparire come un fardello, la storia del “teppista” diventato uomo di Stato si è rivelata vincente. Non è stata semplicemente l’elezione di una persona alla più alta carica dello Stato. È stato un atto di ribellione contro lo stato delle cose. Ancora una volta, contro un altro potere. Un rifiuto del fatto che a detenere il mandato di governo siano élite percepite, dalle classi popolari, come totalmente scollegate dalla realtà. Gli elettori hanno detto “basta” non solo a volti specifici, ma a un intero modello di esercizio del potere, che ignorava le tensioni sociali, soffocava le voci dissenzienti e trasmetteva l’immagine di un sistema chiuso e senza alternative — mediatico, politico, sociale.
La Coalizione Civica di Donald Tusk si era già presentata alle elezioni parlamentari del 2023 con slogan simili: rovesciare il tavolo dopo otto anni di governo conservatore, giudicato eccessivo dalla gente comune. Ma i polacchi non vogliono essere governati dalle “élite dei salotti”, e questa è la verità, a prescindere da chi occupi quei salotti. È solo questione di diffidenza profondamente radicata nel DNA polacco, o c’è qualcosa di più? Forse tutte queste componenti giocano un ruolo nella risposta.
In questo senso, le elezioni presidenziali del 2025 rappresentano la continuazione di una tendenza globale che osserviamo da anni — dalla Brexit all’elezione di Donald Trump, dalle proteste dei Gilet Gialli ai successi dei populisti in Europa, fino all’erosione della fiducia nelle istituzioni internazionali. È lo stesso meccanismo: una rivolta contro la classe dirigente che ha perso il contatto con la realtà e, convinta della propria infallibilità, ha infranto il contratto sociale. E questa non è la fine della storia — è solo l’inizio di un nuovo capitolo.
(*) InsideOver
