Cronaca

Chiara, Liliana e Pierina: quando la giustizia muore due volte. La verità negata e la vittima dimenticata

“Quando la giustizia non trova il colpevole, allora uccide due volte. Prima la vittima. Poi la verità.”

di Riccardo Bizzarri (*)

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui il nostro sistema giudiziario ha gestito l’omicidio di Chiara Poggi, di Liliana Resinovich e di Pierina Paganelli.
Non solo perché non si capisce mai con certezza chi abbia ucciso le vittime, ma perché di fatto sembra interessare più a nessuno.

Non importa la verità. Non importa la logica. Conta solo dare un nome a un colpevole, metterlo su un giornale, calmar l’isteria collettiva e come si dice a Napoli “chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto”

Una giustizia che fallisce su tutta la linea. Prendiamo ad esempio il processo ad Alberto Stasi lungo, mediatico, contraddittorio. Assolto poi condannato in via definitiva a 16 anni, ma senza prove decisive. Nessun sangue sotto le scarpe. Nessun DNA. Nessuna certezza.
Se fosse valso davvero il principio del “ragionevole dubbio”, Stasi sarebbe stato assolto. Ma non c’era tempo, non c’era spazio per le sfumature. Serviva un colpevole. Poi, nel 2016, la comparsa di un altro nome: Andrea Sempio. Il suo DNA sotto o sulle  unghie di Chiara (poco cambia), le sue frasi registrate, il suo strano rapporto con coltelli, arti marziali, immagini inquietanti.
Tutto archiviato in fretta. In silenzio. Con una leggerezza che fa male. Alibi che non reggono per Stasi ma reggono in modo imbarazzante per Sempio una serie di versioni discordanti da far rabbrividire.

Uno scontrino trovato “casualmente” dal padre prima un alibi granitico poi gli orari non tornano più quindi non piu’ un alibi granitico ma un dettaglio.
Eppure, nessuna approfondita verifica, nessun processo, nessun confronto.

Nel frattempo, il pubblico ministero che archiviò il fascicolo è oggi indagato per fatti gravi, anche se estranei al caso Garlasco. Un dettaglio che aggiunge ombre. Tante ombre.

Un altro esempio imbarazzante il cartellino giallo chiesto dal pubblico a casa. Il caso di Sebastiano Visentin, iscritto nel registro degli indagati non tanto per la forza delle prove, quanto per la pressione dell’opinione pubblica. Un po’ come nel calcio, quando il giocatore viene ammonito non perché l’arbitro ha visto il fallo, ma perché lo hanno urlato in ventimila dallo stadio, e l’avversario, teatralmente, mima il gesto del cartellino giallo.
Ecco: la giustizia italiana spesso si muove così. Non in base a ciò che vede. Ma in base a ciò che la gente vuole vedere. E chi urla più forte, decide.

Nel caso di Visentin, l’iscrizione tra gli indagati ha il sapore di una concessione al “popolo digitale”, a quel tifo giustizialista da social network.
Nel caso di Stasi, la condanna è stata la risposta a una pressione mediatica feroce. Quella che non accetta dubbi, che vuole eroi e mostri, non esseri umani.

E se tutto questo non bastasse a disegnare un quadro desolante, arriva il caso Pierina Paganelli.
Una donna uccisa brutalmente. Ma al centro delle cronache non ci sono le indagini, le prove, i sospetti reali. No. Ci sono gli amanti, le relazioni extraconiugali, le invidie di condominio, i messaggini spinti. Come se il movente fosse più importante della verità. Come se la vita privata della vittima fosse colpevole quanto l’assassino.

La morte di Pierina è diventata una soap opera del crimine. E la donna? Rimpiazzata dal personaggio. Dal gossip. Dal prurito che tiene alto lo share e aggiungiamoci anche il tragicomico  caso – se non fosse inquietante – di Davide Barzan.
Uno che non è avvocato, ma che si comporta come se lo fosse, si presenta in aula, parla in TV, si atteggia a tecnico del diritto.
Una figura a metà tra il giurista fai-da-te e l’influencer della cronaca nera, che però trova spazio ovunque: talk show, interviste, prime pagine. Il sistema non solo lo tollera, ma gli apre le porte, mentre i veri interrogativi restano chiusi a chiave nei cassetti della Procura.

Ma chi sono i veri dimenticati di questo circo della giustizia? Le vittime Chiara, Liliana, Pierina e tanti altre vittime sono le vere dimenticate. In tutto questo rumore, in queste manovre legali, nelle intercettazioni, nelle carte, Chiara, Liliana e Pierina sono scomparse.
Non si parla di loro. Non si parla di chi erano, dei loro sogni, del loro futuro spezzato.
Il loro nome oggi è solo un’etichetta di un caso irrisolto. Il suo ricordo abbandonato, come un fascicolo messo in archivio.

La famiglia? Lasciata sola. Nessun supporto. Nessuna verità. Solo dolore, processi e ricordi che fanno male. Non sappiamo chi ha ucciso Chiara, non sappiamo chi ha ucciso Liliana, non sappiamo chi ha ucciso Pierina e così avanti per decie e decine di casi irrisolti o risolti male.
Ma ciò che resta è il fallimento totale dello Stato. Una macchina della giustizia che ha smesso di cercare. Che archivia, che insabbia, che si protegge.

La vittima è diventata un dettaglio. La verità è diventata un lusso. E la giustizia un’illusione.

Related posts

80enne trovato morto nell’armadio, arrestato il coinquilino 40enne

Redazione Ore 12

E’ morto Bruno Pizzul, un simbolo del giornalismo sportivo

Redazione Ore 12

Omicido Macchi: Assolto Binda, anche la famiglia della vittima lo ritiene innocente

Redazione Ore 12