Il South China Morning Post (SCMP), quotidiano cinese di Hong Kong, riferisce che Pechino potrebbe paralizzare Taiwan senza sparare un colpo, ma prendendo di mira le sue infrastrutture chiave.
L’articolo individua qualche decina di nodi “super critici” (impianti di energia elettrica, acqua, comunicazioni e gas naturale liquefatto (GNL)) che, se disattivati, potrebbero mandare in crash tutti i sistemi di Taiwan.
Una recente esercitazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) ha simulato un attacco al più grande deposito di GNL di Taiwan, evidenziando la crescente strategia cinese sulle vulnerabilità energetiche.
L’idea è che un attacco tempestivo, soprattutto in condizioni di punta quali tifoni o eventi elettorali, potrebbe rapidamente destabilizzare Taiwan, erodendone la resistenza e costringendola alla capitolazione con costi militari minimi. I metodi proposti includono attacchi di precisione informatici, impulsi elettromagnetici e “disastri pseudo-naturali” progettati.
Con l’aumento delle tensioni tra le due sponde dello Stretto, l’evoluzione della dottrina cinese segnala lo spostamento verso una guerra asimmetrica e una vittoria attraverso la pressione indiretta, ma non una battaglia aperta.
Secondo uno studio della scorso anno il97% della sua energia e il 70% del suo cibo vengono importati e le scorte dell’isola sono limitate a meno di due mesi di carbone e gas e solo sei mesi di petrolio greggio e cibo.
Un articolo del Taiwan Times dell’aprile di quest’anno , sostiene che la distruzione dei terminali GNL dell’isola paralizzerebbe la sua rete energetica, riducendo l’onere delle riparazioni a carico delle forze di occupazione cinesi.
Sebbene Taiwan abbia costruito rifugi antiaerei, nello stesso articolo si rileva che mancano ancora centri logistici rinforzati per salvaguardare acqua, cibo ed energia in tempo di guerra. Colpire la rete energetica di Taiwan significherebbe colpire anche siti come l’ufficio presidenziale, neutralizzare la leadership, paralizzare le difese, demoralizzare i civili e impadronirsi dell’isola prima che gli Stati Uniti possano rispondere.
Tuttavia non è certo che Pechino disponga di tutta questa forza dissuasiva. Uno studio della influente RAND Organization americana osserva che gli strateghi dell’Esercito Popolare di Liberazione punterebbero su guerre rapide e decisive.
Ma con un articolo dell’aprile 2025 del Journal of Indo-Pacific Affairs, osserva che se un’invasione di Taiwan si trasformasse in un’occupazione, l’insurrezione dei dei taiwanesi potrebbe logorare e prolungare un’occupazione cinese sfruttando i vantaggi geografici e interrompendo la logistica dell’Esercito di Pechino.
Sebbene Taiwan possa opporre resistenza per un certo periodo, senza l’intervento militare degli Stati Uniti, molto probabilmente fallirebbe, date le schiaccianti risorse e il vantaggio militare della Cina.
A giudizio di altri esperti la guerra politica è centrale nello svolgimento delle recenti esercitazioni militari cinesi cheFine modulo mirano a intimidire la popolazione di Taiwan e promuovendo la narrativa secondo cui tali esercitazioni sono una risposta necessaria alle “forze indipendentiste taiwanesi”.
Asia Times parla invece di un approccio cinese “ squeeze and relax ( stringi e rilassati)”, che prevede un graduale aumento della pressione militare e della zona grigia su Taiwan, seguito da un certo rilassamento, una pausa di riflessione e poi colloqui ad alto livello.
Un simile accerchiamento strategico potrebbe trasformarsi in un invito politico a una riunificazione pacifica e incruenta e il quotidiano sostiene che tale approccio metterebbe gli Stati Uniti e i loro alleati in difficoltà nel giustificare un intervento militare qualora Taiwan cedesse alle pressioni interne.
Senza dimenticare che i partiti d’opposizione dell’isola raccolgono il 40% dei suffragi e guardano con favore alla graduale riunificazione con la madrepatria cinese.
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