di Riccardo Bizzarri
C’è una cosa che il dibattito italiano fatica ad accettare: che esista una giustizia che non ha bisogno di urlare per essere severa, che non usa la custodia cautelare come surrogato della pena, che non scambia l’indignazione pubblica per una fonte del diritto.
Il caso di Crans-Montana, con la scarcerazione di Jacques Moretti e la tanto evocata “cauzione fantasma”, è diventato il detonatore perfetto. Non tanto per ciò che è accaduto, quanto per la reazione scomposta che ha prodotto. Una reazione che dice molto più di noi che del sistema svizzero.
Partiamo da un dato semplice, quasi banale, ma evidentemente indigesto:
la giustizia svizzera è garantista sul serio. Non a parole. Non a corrente alternata. Non solo quando conviene politicamente.
Nel sistema svizzero la libertà personale non è una concessione dello Stato, ma un presupposto. È la regola, non l’eccezione. Le misure restrittive sono subordinate a criteri rigorosi di necessità e proporzionalità. Non servono a “dare un segnale”, perché per dirla con Cesare Beccaria «Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità è tirannica».
La cauzione, tanto vituperata nel dibattito italiano, non è un escamotage né una furbizia procedurale. È uno strumento giuridico serio, inserito in un sistema coerente che tiene insieme due principi fondamentali: l’efficacia del procedimento e la presunzione di innocenza.
Non è la monetizzazione della libertà, ma una forma di garanzia sostitutiva che opera ex ante, prima che il processo abbia accertato una responsabilità.
In Italia, invece, pratichiamo spesso un garantismo singolare: solenne nei convegni, intermittente nella prassi, isterico nel dibattito pubblico. Difendiamo la presunzione di innocenza come principio astratto, salvo poi sospenderla appena il clima emotivo lo richiede. È il garantismo dell’umore, non del diritto.
Il caso Crans-Montana ha fatto emergere un altro nervo scoperto: l’idea che un Procuratore svizzero, perché eletto, sia meno indipendente. È una convinzione tipicamente italiana, figlia di una cultura che confonde l’elezione con la sudditanza e la nomina con la neutralità. In Svizzera l’elezione è uno strumento di responsabilità democratica, non di controllo politico. Il Procuratore risponde a un mandato pubblico e a un sistema di contrappesi, non ai sondaggi del giorno dopo.
E soprattutto, dettaglio tutt’altro che marginale, le decisioni sulle misure cautelari non spettano alla Procura, ma a un Tribunale delle misure coercitive. Distinzione netta delle funzioni, separazione reale dei poteri, assenza di scorciatoie.
Il fastidio che il sistema svizzero provoca nasce proprio da qui: non offre capri espiatori immediati, non produce colpevoli mediatici, non risponde all’urgenza emotiva del momento.
Ed è qui che il confronto diventa impietoso. Perché il modello svizzero accetta anche il rischio dell’impopolarità pur di non tradire i propri principi. Non accelera le manette per calmare le piazze. Non anticipa la pena per soddisfare l’opinione pubblica. Non confonde il processo con la narrazione.
Come scriveva Hans Kelsen, «La giustizia non è un sentimento, ma una funzione dell’ordinamento giuridico».
E quando il sentimento prende il posto della funzione, il diritto smette di essere tale. Difendere il garantismo svizzero non significa assolvere nessuno. Significa rifiutare l’idea che la giustizia debba diventare uno strumento di gestione dell’ansia collettiva. Significa ricordare che il processo non serve a tranquillizzare, ma ad accertare.
Il paradosso è evidente: accusiamo la Svizzera di essere fredda, procedurale, lenta,
mentre conviviamo serenamente con un sistema che utilizza la custodia cautelare come pena anticipata e lo chiama, con sorprendente disinvoltura, garantismo.
Forse il caso Crans-Montana ci mette semplicemente davanti a uno specchio che non ci piace. Un modello che non urla, non si piega, non rincorre il consenso. Un modello che applica fino in fondo ciò che Piero Calamandrei definiva
«la fatica quotidiana della legalità, che è sempre meno spettacolare dell’ingiustizia».
La giustizia svizzera non è perfetta. Nessuna lo è. Ma ha un pregio raro e sempre più scomodo: non finge di essere garantista quando non lo è.
Ed è forse questo, più di ogni cauzione, a dare così fastidio.
(*) Giornalista
