Energia e Sostenibilità

Cop28: luci e ombre dell’accordo sui fossili

di Gino Piacentini 

 

È terminata la discussa COP28 di Dubai, che ha visto i principali leader mondiali mettere nero su bianco il primo “bilancio globale” di ciò che è stato compiuto rispetto agli accordi di Parigi del 2015, e ciò che andrà fatto per avvicinarsi agli obiettivi generali dell’accordo entro il 2050.

 

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha visto conclusasi lo scorso 12 dicembre, ha visto come da programma molteplici polemiche sulle fonti fossili e il ruolo che quest’ultime giocheranno nel futuro prossimo. I negoziati, proseguiti per dieci giorni, hanno trovato un punto di svolta con la sostituzione nel testo definitivo del “phase-out”, ossia dell’eliminazione delle fonti fossili che oltre 100 Paesi speravano di vedere nero su bianco, con la nuova dicitura “transition away”, una fuoriuscita graduale da gas, petrolio e carbone. Una formula troppo soft per chi attendeva una svolta definitiva, ma che segna un momento storico poiché per la prima volta in 30 anni di negoziati, è finalmente nero su bianco l’inizio della fine dell’era delle fonti fossili.

 

Il cuore pulsante dell’accordo, è l’articolo 28 del testo finale, che parla della “fuoriuscita dalle fonti fossili nel sistema energetico in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere (le emissioni) nette zero entro il 2050 d’accordo con la scienza”. Il riferimento al decennio è fondamentale perché riconosce che per raggiungere gli obiettivi della metà del secolo, il lavoro fondamentale andrà svolto entro il 2030.

 

Ma non è tutto oro quel che luccica, infatti se da un lato i paesi produttori di petrolio hanno acconsentito all’abbandono progressivo delle fonti fossili, dall’altro hanno chiesto e ottenuto di considerare quest’ultime (vedi gas), come combustibili di transizione verso le emissioni zero del 2050. Per mantenere l’aumento delle temperature rispetto all’era pre-industriale entro gli 1,5 gradi, come richiesto nello scenario migliore tracciato dal fondamentale accordo di Parigi del 2015, sarebbe stato utile un programma più dettagliato su come differenziare le fonti energetiche durante la progressiva sostituzione di quelle fossili. Il testo finale invece non traccia alcuna rotta verso l’impiego ad esempio delle fonti rinnovabili, dove la nuova bozza mantiene un riferimento generico alla necessità di triplicarle entro il 2030, così come è debole la richiesta di riduzione del metano quale gas climalterante. Significativo invece il paragrafo sul nucleare, che entra per la prima volta nel testo finale, dopo l’accordo di venti paesi nei giorni scorsi volto a triplicare la potenza entro il 2030.

 

Oltre a questo, nel testo finale manca un riferimento alla cosiddetta “Finanza Climatica”, che per altro sarà la protagonista della Cop29 in Azerbaigian. La Finanza Climatica è quell’insieme di pacchetti economici condivisi, a supporto dei paesi più poveri e vulnerabili verso l’abbandono dei fossili. Il testo finale avrebbe dovuto contenere maggiori dettagli su come intervenire a supporto delle isole a rischio e delle catastrofi climatiche.

 

Si chiude così una Cop che nel complesso passerà alla storia per aver apertamente dichiarato per la prima volta la necessità di abbandonare le fonti fossili, ma senza entrare troppo nel merito di come ottenere più in fretta e in modo strutturato la definitiva transizione. Un messaggio incompleto, ma dal grande impatto politico ed economico.

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