Il fondatore di Palantir ha comprato una villa a Buenos Aires, dove ha già trasferito la famiglia. I motivi? C’entra il fisco USA. E anche la sua ossessione del collasso globale.
di Luca Ciarrocca (*)
Lui controlla tutti. E noi controlliamo lui. Peter Thiel, fondatore di Palantir e mentore politico di JD Vance, sta traslocando armi e bagagli in Argentina. Ha comprato per 12 milioni di dollari una villa a Palermo Chico, quartiere tra i più esclusivi di Buenos Aires, ha già trasferito suo marito Matt Danzeisen e le due figlie, e acquistato un ampio terreno vicino a Punta del Este, in Uruguay, che potrebbe includere un bunker sotterraneo. Una delle ossessioni di Thiel è l’apocalisse nucleare.
La domanda è una sola: perché proprio adesso? Tra i tecno-oligarchi più influenti d’America, miliardario e ispiratore anche culturale della destra americana, Thiel sta preparando un piano di fuga dall’America di Trump con una tempistica che sfiora la fantapolitica di un techno-thriller, soprattutto perché non ha mai avuto così tanto potere, dalla Silicon Valley a Washington, né così tanti incentivi per restare in patria.
Cofondatore di PayPal, tra i primi a scommettere su Facebook di Mark Zuckerberg, su SpaceX di Elon Musk e su OpenAI di Sam Altman, e adesso leader globale nel settore sorveglianza e dati con Palantir, ha trasformato l’intelligenza artificiale in uno strumento di controllo totale. Solo nel primo trimestre del 2026, Palantir ha incassato quasi 700 milioni di dollari in contratti federali con CIA, FBI, NSA e ICE, la famigerata agenzia per l’immigrazione. Gli impegni già firmati con il governo USA per il prossimo decennio superano i 10 miliardi.
Sul piano politico, la sua rete governa Washington. Il pupillo JD Vance siede alla vicepresidenza ed è in corsa per le presidenziali del 2028. David Sacks, amico e socio, guida il team sull’IA della Casa Bianca. La crociata di Thiel contro il politicamente corretto e il multiculturalismo, con l’amministrazione Trump è diventata prassi di governo: i programmi di diversità e inclusione sono stati smantellati.
Ad aprile, Thiel e suo marito avevano incontrato Javier Milei alla Casa Rosada. «Un incontro meraviglioso tra due anarcocapitalisti», dichiarò il presidente argentino, che ha promesso di distruggere lo Stato dall’interno. E sta mantenendo la promessa.
È il momento di massimo potere di Peter Thiel in America. Eppure fa le valigie. Ci sono due chiavi di lettura, una che riguarda le tasse e una più profonda.
Sul piano fiscale, Thiel ha già lasciato la California a fine 2025. Nello Stato governato dal democratico Newsom è in discussione una proposta di patrimoniale sui miliardari che qualcuno degli interessati ha definito «un 11 settembre economico». Alle elezioni di metà mandato di novembre (in cui Trump è dato per perdente) la California potrebbe approvarla per referendum.
L’Argentina di Milei offre l’esatto contrario: un paese dove la tassazione della ricchezza è considerata un’eresia ideologica. Che il 99 per cento della popolazione abbia bisogno dello stato sociale e del welfare è un fastidio che i grandi ricchi lasciano ad altri.
La seconda chiave è più profonda: la sfiducia nella tenuta della civiltà occidentale, ossessione condivisa dai tecno-oligarchi della Silicon Valley e portata da Thiel alle estreme conseguenze. L’Argentina è l’ultima di una serie di scialuppe di salvataggio ideate nel corso degli anni.
Nel 2011 era diventato cittadino della Nuova Zelanda, tentò di costruire un bunker in riva a un lago, poi bloccato dalle autorità. E fu tra i fondatori del movimento “seasteading”, che teorizza città galleggianti fuori dalle giurisdizioni statali. Ha parlato spesso — anche nelle sue conferenze sull’Anticristo — di guerra nucleare e intelligenza artificiale fuori controllo, temi ricorrenti nella destra americana, dove libertarismo radicale e visione apocalittica si intrecciano.
La scelta dell’Argentina ha quindi una sua logica. Buenos Aires dista diecimila chilometri dai fronti caldi del pianeta. Nella geopolitica mentale di questi miliardari, è il posto dove la civiltà potrebbe ricominciare dopo l’Armageddon nucleare.
Martin Varsavsky, imprenditore ispano-argentino amico di Thiel, ha costruito un ranch a Mendoza, il rifugio perfetto in caso di guerra globale. «Nel momento in cui la Cina si prende Taiwan o la Russia invade la Lituania, me ne vado a Buenos Aires», ha dichiarato. «È bene avere un “Piano B” per tenere in vita la civiltà».
C’è qualcosa di emblematico in questa vicenda. Thiel ha contribuito a costruire il nuovo potere americano: lo ha finanziato, indirizzato, reso possibile. Ora diffida di ciò che ha creato. La fuga a Buenos Aires — nella stessa città dove cercarono rifugio i gerarchi nazisti dopo la sconfitta della Germania — è, a suo modo, il giudizio più severo sull’America di Trump.
Fu proprio Thiel, alle presidenziali del 2016, a puntare sull’uomo di Mar-a-Lago alla Casa Bianca la prima volta, definendolo “palla di demolizione” del sistema.
(*) Giornalista e scrittore
