Primo piano

Crans-Montana e lo specchio delle regole

di Riccardo Bizzarri (*)

Ho aspettato tanto prima di scrivere questo articolo.L’ho scritto, l’ho riscritto, l’ho cambiato. L’ho lasciato nel cassetto. L’ho riaperto. Mi sono chiesto se fosse il momento giusto. Mi sono chiesto se fosse opportuno. Mi sono chiesto se il silenzio non fosse una forma più elegante di rispetto.

Poi mi sono convinto che la verità, per quanto cruda, abbia sempre un senso.
Soprattutto quando è scomoda.

Il fatto drammatico di Crans-Montana impone pudore. Prima di ogni ragionamento c’è il dolore. E il dolore non si usa, non si strumentalizza, non si agita come una bandiera. Ma proprio perché il dolore è reale, la riflessione deve essere onesta.

In questi giorni ho letto accuse, sospetti, lamentele sulle indagini, sui tempi, sulle procedure svizzere. Ho percepito fastidio per una macchina che non accelera sotto pressione emotiva. Ho sentito dire che “si dovrebbe fare di più”, “si dovrebbe fare prima”, “si dovrebbe dire tutto”.

E qui nasce il nodo.

Per anni una parte del nostro Paese ha guardato alla Svizzera come a un luogo dove le regole erano “strane” ma convenienti. Dove la riservatezza bancaria era un’opportunità. Dove le società fiduciarie garantivano discrezione. Dove il denaro, anche quello di provenienza discutibile, poteva trovare una zona grigia rispettabile.

Per anni abbiamo accettato quell’idea senza scandalizzarci troppo. Abbiamo considerato quell’assetto un vantaggio quando serviva. Non abbiamo chiesto che le regole cambiassero.

Oggi però pretendiamo che quelle stesse regole si pieghino alla nostra urgenza. Non funziona così. Le regole non sono selettive. Non sono uno strumento che si usa quando protegge e si critica quando vincola.

Se uno Stato costruisce il proprio sistema su procedure rigorose, su tempi definiti, su competenze distribuite, quel sistema non può diventare improvvisamente elastico perché l’opinione pubblica alza la voce. La giustizia non è un talk show.
È metodo. Capisco l’angoscia di chi aspetta risposte. Capisco il bisogno umano di chiarezza immediata. Ma la fretta non è giustizia, è sollievo momentaneo.

E la verità non si improvvisa.

Se abbiamo tollerato l’opacità quando faceva comodo, non possiamo oggi indignarci per la rigidità quando ci tocca da vicino. Se abbiamo considerato la non trasparenza bancaria una virtù economica, non possiamo pretendere trasparenza istantanea solo quando siamo coinvolti emotivamente.

La coerenza è la forma più alta di serietà. Le regole valgono sempre. Non ogni tanto.
Non a giorni alterni. Non quando ci favoriscono. Sempre.

È una lezione dura, soprattutto dentro una tragedia. Ma la maturità di un Paese si misura proprio qui: nella capacità di non cambiare principio a seconda della convenienza.

Ho esitato prima di scrivere queste righe perché sapevo che avrebbero potuto irritare. Ma il rispetto delle vittime non si difende con l’emotività. Si difende con la serietà.

E la serietà passa da una convinzione semplice, quasi brutale: le regole sono un patto. Se iniziamo a pretendere che funzionino solo quando ci servono,
non stiamo chiedendo giustizia. Stiamo chiedendo un privilegio.

(*) Giornalista

Related posts

Le barriere coralline tropicali verso l’estinzione

Redazione Ore 12

Spazio: da ENEA un micro pomodoro per i viaggi su Luna e Marte

Redazione Ore 12

L’Ue pronta ad aiutare l’Anp: “Hamas non ha nessun ruolo politico”

Redazione Ore 12