Esteri

Crisi umanitarie e fratture geopolitiche: la reazione dell’Occidente

di Viola Scipioni

 

L’aria è cambiata. Non è ancora da intendersi con toni rivoluzionari ma il tanfo della complicità inizia a disturbare anche i nasi più allenati, soprattutto nell’ambito mediatico. Israele, che per decenni ha contato sull’appoggio incondizionato dell’Occidente, comincia a scoprire che, dopo un anno e mezzo di bombardamenti su Gaza e decine di migliaia di civili uccisi, anche i migliori amici possono storcere il naso. Il cambiamento non è però nei missili, ma nei toni, e per la prima volta non sono più così morbidi.

Il caso simbolo è Piers Morgan, il polemista di punta della stampa britannica, da sempre pronto a difendere Israele anche davanti all’evidenza. Ora, però, nel dialogo con Mehdi Hasan (che invece è da sempre molto critico), ha ammesso di usare un termine pesante: «genocidio». Non uno scivolone, ma il titolo di una puntata. E se anche Morgan cambia idea, vuol dire che la diga mediatica si è incrinata.

Negli ultimi giorni, infatti, sono arrivati proprio dei veri cambi di bandiera. Canada, Francia e Regno Unito hanno firmato una dichiarazione durissima contro la condotta israeliana. Londra ha persino sospeso i negoziati per un trattato di libero scambio. La Spagna ha definito Israele «uno stato genocidario». E la Commissione Europea, tra una procedura e l’altra, ha infine deciso di rivedere l’accordo di associazione con Tel Aviv, evidenziando come anche una delle istituzioni più rigide sia arrivata ad incrinarsi.

I media si sono accorti che c’è, non ironicamente, qualcosa da raccontare. Le Monde parlano apertamente di «rafforzamento dell’accusa di genocidio», The Guardian e NRC ammettono che il termine ha basi giuridiche solide. Il Financial Times rompe il silenzio e lo chiama per nome: «vergognoso». In Italia, dove le prime pagine a lungo hanno provato ad essere il più neutrali possibili, ad esclusione magari di qualche testata discutibile, qualcosa sembra essersi rotto.

Ma non è solo l’esterno a scricchiolare, anche dentro Israele qualcosa sembra star cambiando. Il 70% della popolazione, secondo dei recenti sondaggi, vuole la fine della guerra. La recente manifestazione pacifista del movimento “Standing Together”, repressa con arresti, ha mostrato un altro volto del Paese. La frase choc dell’ex generale Yair Golan, «Israele uccide bambini per hobby», non viene da un attivista marginale, ma da un uomo dell’apparato.

Ciò comunque non toglie e non giustifica quanto accaduto negli Stati Uniti di recente, ovvero l’assassinio di due membri dell’ambasciata israeliana a Washington. È importante riflettere sugli episodi di antisemitismo che questo cambiamento mediatico ha portato, sta portando e potrebbe portare. Distinguere l’istituzione e lo Stato dai singoli cittadini, nonostante in questo caso si tratta di rappresentanti diplomatici, rischia di farci cadere nuovamente nell’ennesima ondata di antisemitismo che dobbiamo a tutti i costi prevenire: un conto è criticare Benjamin Netanyahu e il suo governo, tutt’altro è prendersela con innocenti.

Mentre una parte si interroga, un’altra continua a combattere. L’Ucraina resiste, soprattutto a Leopoli, dove il sindaco Sadovyi ha dichiarato che ormai nessuno crede più a una fine imminente del conflitto, neanche dopo le ultime intenzioni del nuovo Pontefice. La guerra, per gli ucraini, non è una scelta, bensì realtà quotidiana. Vladimir Putin, alla delegazione ucraina a Istanbul, ha citato la guerra con la Svezia durata 21 anni: «per quanto tempo siete pronti a combattere?».

Donald Trump continua a illudersi che Putin voglia la pace. In realtà, è lui a volersi sfilare da ogni responsabilità. Mentre Trump sogna tavoli e strette di mano, Putin ha trasformato l’economia russa in un apparato bellico permanente. Continua a mandare uomini a morire – quasi un milione, dall’inizio della guerra – per guadagnare qualche metro nel Donbass.

L’Ucraina, però, non crolla, e ha trovato un’arma decisiva: l’autonomia tecnologica gestita dai droni. Nel 2024 ne ha prodotti più di due milioni: droni marini e robot da combattimento. Perché se da un lato c’è qualcuno che gioca con il proprio passato, dall’altro c’è anche chi rischia di perdere la libertà e la propria identità. Putin non vuole i territori, vuole distruggere la nazione e attaccare – simbolicamente e non – l’Occidente.

Mentre il mondo sembra svegliarsi da un lungo torpore diplomatico – e soprattutto mediatico – resta da capire se questo nuovo slancio critico si tradurrà in azioni concrete senza ulteriori spargimenti di sangue, sia in Oriente che in Occidente. Gaza soffoca sotto l’embargo e i raid; l’Ucraina resiste centimetro per centimetro a una guerra d’attrito senza fine.

Related posts

Il Sud Sudan travolto dalle alluvioni

Redazione Ore 12

+++ Israele: visita capo Pentagono. Netanyahu: “Iran non avrà mai l’ atomica” +++

Redazione Ore 12

Mattarella: Europa area di pace, come possibile sia considerata nemico?

Redazione Ore 12