La riduzione di circa il 20% del valore del petrolio negli ultimi mesi, causata per la maggior parte dalle politiche tariffarie di Trump, sta mettendo in ginocchio l’economia iraniana.
Nelle previsioni, il prezzo di riferimento del petrolio per barile è stato fissato a 57,50 euro (65,2 dollari), ma la combinazione tra il calo dei prezzi globali e gli sconti forzati imposti dalle sanzioni occidentali sta facendo deragliare le stime, come ha già stimato il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
. Ciò com porterà una crescita debole e l’inflazione alta danneggeranno ancora di più il potere d’acquisto delle famiglie iraniane.
Il Presidente Masoud Pezeshkian si trova davanti a due possibili strategie: la riforma dei sussidi energetici e la vendita di imprese statali. Con il rischio che la prima potrebbe scatenare tensioni sociali, mentre la seconda rischia di rafforzare
Attualmente, l’Iran sta esportando oltre 1,5 milioni di barili al giorno, superando i 1,3 milioni stimati nel bilancio. Questo incremento quantitativo mitiga solo in parte l’impatto dei prezzi bassi e resta incerto soprattutto se Trump inasprisse le sanzioni USA.
I colloqui sul nucleare tra Iran e Stati Uniti stanno producendo un cauto “ottimismo”. L’effetto più visibile è l’aumento del valore della moneta locale, rial.
Anche in assenza di un accordo definitivo, una progressiva de-escalation potrebbe alleggerire la pressione economica, riaprendo i canali commerciali internazionali e sbloccando miliardi di fondi iraniani congelati all’estero.
La guerra dei dazi, le tensioni tra Cina e Stati Uniti e la competizione energetica con la Russia complicano l’accesso ai mercati asiatici, minacciando le quote di mercato iraniane.
In ogni caso per l’anno in corso il 2025 gli esperti concordano sul fatto che l’Iran si avvierà verso un altro deficit di bilancio. La prosecuzione dell’inflazione, unita alla stagnazione economica, continuerà a erodere il potere d’acquisto delle famiglie e a ostacolare le politiche redistributive.
L’unica leva strategica efficace sembra essere la diplomazia con un esito positivo dei colloqui sul nucleare, ma il margine di manovra i tempi sono stretti..
“Il quinto round di colloqui tra Iran e Stati Uniti si è concluso oggi a Roma con alcuni progressi, ma non conclusivi”, ha affermato il mediatore omanita Badr al-Busaidi dopo l’incontro di venerdì presso l’ambasciata omanita nel quartiere Camilluccia di Roma.
“Speriamo di chiarire le questioni in sospeso nei prossimi giorni”, ha affermato dopo i colloqui ad alto livello, guidati dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e dall’inviato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il Medio Oriente, Steve Witkoff.
Araghchi ha dichiarato alla televisione di stato iraniana che i colloqui sono stati “uno dei round di negoziati più professionali” finora, sottolineando che, sebbene non sia stato raggiunto un accordo, la parte iraniana “non si è scoraggiata“.
In un servizio da Roma, la corrispondente di Al Jazeera ha affermato che l’arricchimento dell’uranio non è stato l’unico “ostacolo” nei colloqui. La delegazione statunitense aveva anche voluto affrontare il tema del programma missilistico balistico iraniano, che la parte iraniana ha insistito essere una “questione completamente separata dal programma nucleare”.
GiElle
