Riflessioni sui contraccolpi economici ed energetici scatenati dal conflitto tra Russia ed Ucraina
di Alexandro Maria Tirelli*
«La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi». La celeberrima analisi di Carl von Clausewitz, contenuta nel suo «Della guerra», conferma una volta di più il proprio valore se guardiamo ai recenti fatti ucraini. Ma non dal punto di vista bellico, ma economico e geopolitico.
Le sanzioni che gli Stati Uniti e l’Ue stanno così massicciamente imponendo all’economia russa sono in realtà l’altra faccia del conflitto, il volto nascosto della luna. Perché sono solo apparentemente ideate e strutturate per indebolire il sistema economico-finanziario di Mosca. Hanno, invece, un rinculo, non però facilmente rintracciabile, di cui nessuno colpevolmente si sta preoccupando: e cioè il progressivo affievolimento dell’economia europea, che subirà i contraccolpi maggiori dalla tragica e improvvisa rottura dei rapporti commerciali con la Russia, soprattutto per quel che concerne l’energia. È pura fantascienza immaginare, per compiacere la piccola Greta, che nel giro di appena qualche anno si possa giungere alla sostituzione delle fonti fossili con la tecnologia green. Dunque, tra non molto l’Europa e l’Italia rischieranno di sperimentare il razionamento e i black out programmati per le grandi industrie energivore; attirando a sé di conseguenza, come una cascata, tutti i disastro socio-economici che ne deriveranno. E noi che cosa abbiamo fatto per impedirlo? Nulla. Anzi, abbiamo aggravato la situazione aderendo, in maniera supina, alla guerra commerciale che Joe Biden ha voluto scatenare contro la Russia per isolarla e danneggiare, indirettamente, anche l’«amica» Europa. Fantapolitica? Riflettiamo. Gli Usa hanno, e non da oggi, tutto l’interesse a spezzare il legame tra l’Ue e Mosca che così faticosamente, e con una lungimiranza politica che rasenta il capolavoro diplomatico, la Germania e Angela Merkel avevano costruito. Un processo di «europeizzazione» dell’orso russo che, a mio avviso, aveva fatto evolvere la già geniale intuizione di Silvio Berlusconi con l’incontro di Pratica di Mare tra George W. Bush e Vladimir Putin, nel lontano 2002. Il gasdotto North Stream era la ceralacca a suggello dell’accordo. La dimostrazione che l’Europa poteva camminare sulle proprie gambe liberandosi dell’influenza americana ed esercitando, essa stessa, influenza nella politica estera con il gigante euro-asiatico.
Un affronto che il Pentagono e l’Amministrazione americana – di qualsiasi colore – non avrebbero mai potuto tollerare, a maggior ragione considerando i tentativi tedeschi di trovare una via di uscita diplomatica alle tensioni russo-ucraine già dopo i primi focolai di scontro, nel 2014.
È storia la freddezza che, negli ultimi cinque anni, hanno caratterizzato i rapporti tra Berlino e Washington proprio per l’apertura di nuovi canali di dialogo con Mosca. Canali oggi spezzati su richiesta americana che, ricordiamolo sempre, dal punto di vista energetico gode di un’autosufficienza che in Europa non abbiamo. Anzi, è di qualche giorno fa la proposta del governo Biden di vendere all’Ue scorte americane di Gnl (Gas naturale liquefatto) in sostituzione di quello importato dalla Russia. Alla fine, anche davanti a un conflitto e a una catastrofe umanitaria quello che emerge di più è il valore del business.
Il che ci porta a due conclusioni: l’Europa non ha alcun tipo di rilevanza strategica con il ridimensionamento delle ambizioni di leadership tedesca, e l’addio della Merkel alla politica attiva; e l’Italia ancor meno degli altri partner europei può permettersi una guerra di trincea economica dagli effetti potenzialmente devastanti.
Il nostro Paese, checché ne pensi il banchiere Mario Draghi, presidente pro tempore del Consiglio dei ministri, non può imbracciare il fucile per combattere una guerra che non le appartiene. L’Ucraina non è un membro Nato. L’Italia deve, ribadendo la sua assoluta neutralità, lavorare per una soluzione diplomatica e per ridisegnare le aree di influenza di questa seconda guerra fredda. Che, a dispetto della prima, non contiene nemmeno quegli elementi positivi (l’idea di sicurezza e sviluppo) che hanno consentito cinquant’anni di crescita dell’Occidente. Non ci sono all’orizzonte né un nuovo piano Marshall né quella tensione etica e solidaristica di cui tutta l’Europa ha beneficiato. Purtroppo, negli ultimi decenni l’America è cambiata profondamente. E Joe Biden non è certo Harry Truman.
*Presidente delle Camere penali del diritto europeo e internazionale
aggiornamento la Guerra di Putin ore 14.46
