di Giuliano Longo
Stamane la stampa occidentale riporta con malcelata soddisfazione che il vertice Trump- Putin non si terrà in Ungheria, quantomeno a tempi brevi. Dopo il colloquio di lunedì tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e il capo Dipartimento di Stato americano Rubio che avrebbe dovuto preparare il vertice, la notizia è stata immediatamente diffusa dai media e Dalle agenzie.
Fra le prime emittenti la CNN che “Rubio e Lavrov hanno aspettative diverse riguardo alla possibilità dell’incontro” aggiungendo che “I funzionari statunitensi ritengono che la posizione della Russia non sia andata abbastanza oltre il suo orientamento massimalista (quindi) è improbabile che Rubio raccomandi un incontro tra Putin e Trump la prossima ma potrebbero parlarsi di nuovo questa settimana”,.
Il Financial Times, citando un funzionario tedesco, riporta che Rubio e Lavrov arriveranno a Budapest per un incontro di persona il 30 ottobre, ma la notizia non è stata ancora confermata ufficialmente.
In tarda serata NBC News citando un alto funzionario della Casa Bianca, riferiva che i preparativi per l’incontro tra Trump e Putin erano stati interrotti: “Il primo colloquio tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il Ministro degli Esteri Lavrov è stato produttivo, ma il Presidente degli Stati Uniti ritiene che entrambe le parti non siano ancora sufficientemente pronte per far procedere i negoziati”, notizia successivamente confermata dall’agenzia americana Axios. ha affermato la fonte.
Nel frattempo i leader dei maggiori Paesi europei e Zelensky alzavano la posta con la seguente dichiarazione “sosteniamo fermamente la posizione del presidente Trump secondo cui le ostilità devono cessare immediatamente e che l’attuale linea di contatto dovrebbe essere il punto di partenza per i negoziati” aggiungendo la necessità di rendere l’Ucraina “il più forte possibile”, evidentemente sul piano militare e “aumentando la pressione sull’economia russa anche se la pace verrà stabilita”.
Vengono menzionati anche piani per utilizzare le risorse russe congelate a vantaggio di Kiev. “Stiamo sviluppando misure per utilizzare appieno i beni sovrani immobilizzati della Russia, in modo che l’Ucraina disponga delle risorse necessarie”.
I firmatari della dichiarazione si incontreranno nel corso di questa settimana al Consiglio europeo nel formato “Coalizione dei volenterosi“. Oltre a Zelenskyy e Starmer, tra i firmatari figurano Merz, Macron, Meloni, Ursula von der Leyen, il presidente finlandese Stubb, il primo ministro danese Frederiksen, il primo ministro polacco Tusk e altri.
Con questa dichiarazione, Zelenskyy e i leader europei intendono minimizzare le già scarse possibilità che Putin accetti un cessate il fuoco lungo la linea del fronte, come Trump sta chiedendo, ma nello stesso sembrano orientati sulla prosecuzione del conflitto puntando a colpire l’economia russa con ulteriori sanzioni e problematico utilizzo dei beni russi congelati
Ma se l’Europa avesse piani del genere anche per il periodo successivo alla tregua sarebbe stato logico tacere fino all’inizio del cessate il fuoco stesso, se esistesse un reale desiderio ottenerlo. Mentre se, al contrario, vengono enfatizzati, significa che l’obiettivo è esattamente l’opposto: ridurre al minimo la probabilità che Putin accetti un cessate il fuoco lungo la linea del fronte.
Zelenskyy e i “volenterosi” europei hanno già utilizzato tattiche simili in passato. Ad esempio, lanciando un ultimatum a Putin chiedendo un cessate il fuoco a partire dal 12 maggio, o insistendo costantemente sull’idea di inviare truppe europee in Ucraina subito dopo il cessate il fuoco.
Posizioni che stanno peraltro fornendo ulteriori argomenti al “partito della guerra” russo deciso ad affossare l’idea di fermare i combattimenti lungo la linea del fronte.
Ma quali sono i veri ostacoli posti dal Cremlino?
Lavrov ha chiarito che la Russia non accetterà un semplice cessate il fuoco lungo la linea del fronte. affermando che Putin e Trump ad Anchorage avevano concordato non solo una tregua, ma anche la necessità di affrontare le “cause profonde del conflitto”.
Quindi, ha aggiunto ”un cessate il fuoco immediato, di cui si sta improvvisamente riparlando, anziché la necessità di risolvere il nocciolo del problema, significherebbe solo una cosa: una vasta parte dell’Ucraina rimane sotto il controllo nazista, e sarà l’unico posto al mondo in cui un’intera lingua (russa) sarà legalmente vietata”.
Nel contesto della sua dichiarazione Lavrov ha anche chiarito che se questo è ciò che vogliono “coloro che ora stanno cercando di convincere i nostri colleghi americani a cambiare posizione e suggeriscono semplicemente di fermarsi e lasciare che la storia giudichi, sappiamo chi lo sta facendo: i patroi e i padroni europei di Zelenskyy. Ma un simile approccio è l’esatto opposto di ciò a cui sono arrivati Putin e Trump ad Anchorage”
Nei giorni scorsi tutta la stampa occidentale riportavano che, a porte chiuse durante un incontro alla Casa Bianca, Trump ha fatto pressioni piuttosto dure su Zelenskyy affinché acconsentisse alla richiesta di Putin, facendogli capire che non era gran che interessato alla sorte del Donbass, come riportava il Wall Street Journal.
Ma se la posizione dei volenterosi europei e di Zelensky prevarrà, Trump si troverà a un bivio.
O si allineerà alle posizioni che, alla fin fine, sono di molti suoi alleati NATO. In tal caso dovrà garantire un supporto più diretto al conflitto con armi – ad esempio i missili Tomawhak a lunga gittatta – e più incisivo sostegno finanziario.
Oppure potrà lucrare sulla fornitura di armamenti a spese degli europei lavandosi le mani su questo conflitto, che peraltro lo sta rendendo poco credibile a livello internazionale in un altalenare di dichiarazioni e successive “delusioni”.
Né migliore è la posizione di Putin che sulla conquista dei territori contestati del Donbass rischia di perdere la faccia dopo una avventata “operazione militare speciale” che non ha realizzato i suoi immediati, con enormi costi di vite umane e risorse finanziarie che stanno erodendo la stabilità della economia russa.
In alternativa può puntare sulla soluzione militare del conflitto che comporterebbe una inevitabile escalation del conflitto con l’Europa già decisa a sconfiggerlo in qualche modo sino “all’ultimo ucraino” con un conflitto che alcuni analisti ritengono non si esaurirà prima della fine del prossimo anno.
Per Zelensky, vaso di coccio fra quelli di bronzo, non pare esista altra alternativa alla prosecuzione del conflitto per mantenere il potere anche senza elezioni presidenziali.
Ma la mancanza di uomini da mandare al fronte e la stanchezza strisciante fra gli ucraini in patria e all’estero può solo venir confortata oltre che da soldi e armi, dalla presenza più o meno diretta di truppe occidentali in Ucraina, come lui ha sempre invocato.
In ogni caso le porte di una guerra in Europa rimangono pericolosamente aperte, mentre i tempi per piegare la Russia economicamente non coincidono con la demolizione della sua potenza militare anche nucleare.
