Esteri

“È ora di dire addio”: una lettera segreta solleva nuovi dubbi sulla morte di Jeffrey Epstein

Un presunto biglietto d’addio scritto a mano da Epstein, rimasto sigillato per anni negli archivi, riaccende i dubbi sulla versione ufficiale.

 

di Roberto Vivaldelli (*)

 

Nuovi colpi di scena nel caso di Jeffrey Epstein, il facoltoso finanziere-pedofilo americano trovato morto nella sua cella nel carcere di Manhattan nell’agosto del 2019. Secondo quanto rivelato dal New York Times, sarebbe stato nascosto per anni negli archivi di un tribunale di New York un documento scottante: un presunto biglietto d’addio scritto a mano dallo stesso Epstein, nel quale il miliardario avrebbe scritto “Time to say goodbye” («È ora di dire addio»).

 

L’esistenza della lettera, rimasta sigillata per ordine di un giudice e mai resa pubblica, riaccende i sospetti di quanti, fin dalla notizia della morte, hanno messo in dubbio la versione ufficiale del suicidio. La scoperta arriva a distanza di anni, mentre ancora molti aspetti della vicenda giudiziaria legata alla rete di abusi e traffico di minori orchestrata da Epstein e dalla sua amante e socia, Ghislaine Maxwell, rimangono avvolti nel mistero.

 

La scoperta in cella

 

Il ritrovamento sarebbe avvenuto nel luglio del 2019, a opera del compagno di cella di Epstein, Nicholas Tartaglione, un ex poliziotto condannato per omicidio. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano statunitense, che cita documenti giudiziari e interviste, Tartaglione avrebbe trovato il foglietto pochi giorni dopo un primo episodio inquietante, quando Epstein era stato rinvenuto privo di sensi nella sua cella. Sul biglietto, oltre al saluto, Epstein avrebbe scritto – sempre secondo il racconto di Tartaglione – che gli investigatori lo avevano pedinato per mesi senza «trovare nulla». Un’affermazione che stride con la mole di accuse e prove raccolte nei suoi confronti per reati sessuali.

 

Una lettera autentica? Il ruolo degli avvocati

 

L’avvocato di Tartaglione, Bruce Barket, venne informato del ritrovamento. In seguito, a causa delle restrizioni nell’accesso alla cella, fu un altro legale, John Wieder, a prendere in custodia il biglietto. Nonostante i ripetuti tentativi, inizialmente non fu possibile verificare la scrittura. Solo tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, il documento sarebbe stato sottoposto a un esperto di grafologia. Secondo fonti citate dal New York Times, la perizia avrebbe confermato l’autenticità della scrittura, attribuendola a Jeffrey Epstein. Tartaglione si è difeso dalle possibili accuse di falso proprio grazie a questa consulenza tecnica, come dichiarato in un podcast.

 

Il giudice Kenneth Karas, della corte distrettuale di White Plains (New York), ordinò infine che il documento fosse depositato nell’archivio del tribunale. L’avvocato Wieder ha confermato al giornale di aver consegnato personalmente la lettera a un impiegato. Da quel momento, però, le tracce si perdono: il giudice dispose la sigillatura del fascicolo, ma i motivi di questa decisione rimangono sconosciuti.

Né il Dipartimento di Giustizia americano né gli atti ufficiali fornirebbero spiegazioni. Il New York Times ha presentato formale richiesta per ottenere la desecretazione e la consultazione del documento, nella speranza di fare chiarezza su un caso che continua a tenere banco nell’opinione pubblica statunitense. Fino ad allora, il dubbio resta: fu davvero suicidio, o il biglietto – se autentico – è l’ennesimo tassello di una verità ancora sepolta?

 

Ancora dubbi sulla morte di Epstein

 

Come abbiamo raccontato nelle scorse settimane, la versione ufficiale – suicidio per impiccagione – vacilla sempre di più alla luce di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia (DoJ) statunitense, ripresi in un’inchiesta esclusiva del Telegraph. Secondo i file del DoJ, Tova Noel, 37 anni all’epoca, una delle due guardie carcerarie incaricate di sorvegliare Epstein quella notte fatale, effettuò movimenti bancari sospetti nei mesi precedenti alla tragedia. La banca Chase segnalò all’Fbi l’attività sospetta nel novembre 2019: 12 depositi in contanti tramite Atm, iniziati nell’ottobre 2018 (o aprile secondo alcune fonti), per un totale significativo. L’ultimo e più consistente fu di 5.000 dollari (circa 3.729 sterline), effettuato il 30 luglio 2019, appena dieci giorni prima della morte di Epstein.

 

Noel e il collega Michael Thomas furono accusati di aver falsificato i registri delle verifiche sui detenuti: avrebbero dichiarato di aver controllato Epstein durante la notte, ma le telecamere dimostrarono che non lo fecero per otto ore consecutive, nonostante la cella fosse a soli 15 piedi (circa 4,5 metri) dalla postazione delle guardie. Entrambi furono licenziati, ma le accuse penali vennero poi ritirate.

 

(*) InsideOver

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