La guerra di Putin

Esplosioni nelle raffinerie di petrolio russo in Europa, incidente o intenzionalità?

di Balthazar

Lunedì 20 ottobre, esplosioni e incendi si sono verificati in diverse raffinerie europee che trattano petrolio russo. In primo luogo, un’esplosione ha scosso la raffineria Petrotel-Lukoil a Ploiești, nel sud della Romania (nella foto), e nella notte tra lunedì e martedì è scoppiato un incendio nella raffineria MOL in Ungheria, appena a sud di Budapest. La causa di entrambi gli incidenti non è stata determinata e le autorità stanno ancora indagando.

Successivamente, il 22 ottobre, sono emerse notizie di un incendio in una raffineria di petrolio a Bratislava, capitale della Slovacchia, anch’essa di proprietà del gruppo ungherese MOL (la raffineria lavora petrolio russo fornito tramite l’oleodotto Druzhba). Tuttavia, questa informazione non è stata confermata e il portale Cznews.info, che l’ha pubblicata per primo, si è scusato con i lettori per l’inesattezza delle informazioni.

Le esplosioni quasi curiosamente Ignorate dalla “stampa mainstream” hanno comunque allertato l’Intelligence russo che già puta il dito contro Kiev e i suoi alleati, proprio mentre  l’Ucraina, con il supporto dell’Intelligence occidentale sviluppa da tempo colpisce il sistema petrolifero russo.

Per di più proprio mentre  la Ue decreta l’interruzione totale dell’acquisto di prodotti energetici russi, e Trump li sanziona chiedendone la riduzione dell’import, se non l’annullamento, anche da  India e Cina.

La raffineria di Ploiesti fu riattivata nel 2014 e nel 2015 il Governo rumeno ordinò il sequestro di 2 miliardi di depositi Lukoil in banche olandesi e inglesi, oltre all’arresto di diversi dirigenti della compagnia, accusati di bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale.

Per quanto invece riguarda l’Ungheria e la raffineria di Szazhalombatta per tre volte i droni ucraini hanno colpito l’oleodotto Druzhba ( solidarietà) realizzato già ai tempi dell?unione Sovietica, che rifornisce quella raffineria, provocando una durissima polemica tra i ministeri degli Esteri di Ungheria e Ucraina.

Il Druzhba  si divide in due rami con uno diretto alla Bielorussia e poi la Polonia, che non è mai stato toccato, e l’altro verso e l’Ungheria e la Slovacchia, Paesi non proprio allineati con l’aggressività dei “volenterosi” e delle alte  burocrazie di Bruxelles.

Allora Il ministro degli Esteri ungherese  rimproverò all’Ucraina di danneggiare  più l’Ungheria e la Slovacchia più che Russia e chiese,  senza alcun risultato, alle autorità Ue di intervenire, mentre oggi questi due Paesi  si sono allineati con la Ue nella decisione di sospendere l’anno prossimo ogni minima importazione di gas e petrolio russo.

Come faranno è ancora tutto da verificare

Resta il fatto che  strategia dell’Occidente (in questo caso collettivo) e l’UE è quella di tagliare i ponti con le forniture energetiche russe incidendo sulla economia di Mosca.

E pare che funzioni.  Il quotidiano economico moscovita, Kommerzant, riporta infatti  la produzione russa di carburanti si è ridotta del 20%). Anche se non fermerà l’offensiva russa, ormai  diretta particolarmente alle sue strutture energetiche per lasciare l’Ucraina al rigido freddo invernale, come lamentato da Zelensky.

Ma se le esplosioni in Romania e Ungheria sono state causate da sabotaggi, come quelli ai gasdotti  Nord Stream – di cui sono già noti gli esecutori ucraine sostenuti logisticamente  dalla Polonia con l’aiutino dell’Mi6 britannico – il prezzo non viene pagato solo da Putin, ma da tutti i consumatori europei con l’aumento dei prezzi del gas e del petrolio.

La Germania il duro prezzo per la sua economia, lo sta già pagando con il vertiginoso aumento dei costi energetici per la sua industria, mentre la UE registra costi per l’energia di 3,5 volte superiori a quelli degli Stati Uniti che stanno facendo affari d’oro esportando il loro gas liquido proprio in Europa.

Per il petrolio la giga è ancora tutta da ballare.

Quanto ai sopetti dei Servizi Segreti russi, subito dopo le esplosioni in Romania e Ungheria, non bisogna dimenticare,  che poco prima dell’invasione russa, Regno Unito, Ucraina e Polonia sottoscrissero a Kiev una formale alleanza.

Allora il ministro degli esteri ucraino, Kuleba dimissionato nel settembre 2024  in tempi non ancora sospetti dichiarò “Varsavia, Kiev e Londra non hanno solo una realistica consapevolezza della sicurezza e una strategia per contrastare le sfide della Federazione Russa, ma anche il grande potenziale della cooperazione trilaterale nei settori del commercio, degli investimenti, dell’energia, comprese le energie rinnovabili”.

Quindi ancora prima della invasione russa si era creata una UE alternativa  tenuta insieme dal placet di Joe Biden e caldeggiata dall’allora  premier del Regno Unito era Boris Johnson che, come sappiamo, pochi mesi più tardi  fece fallire  ogni ipotesi di trattativa tra Russia e Ucraina.

Non ci sarebbe da stupirsi se proprio con l’adesione dell’Ucraina  – e presto anche la Moldovia –  l’asse politica della UE si sposterà sempre più a est e verso il baltico. Evidentemente con grande disappunto di Putin – perché si tratta si una espansione militare e non solo economica – contanti saluti alla fu vocazione mediterranea dell’Italia. Ma questo è un altro discorso.

aggiornamento crisi russo-ucraina

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