di Riccardo Bizzarri
«Chi non si prende cura dei bisogni dei propri figli non entrerà allo stadio per assistere alla partita.» Con questa frase, pronunciata dalla ministra della Sicurezza nazionale argentina Alejandra Monteoliva, l’Argentina ha compiuto un gesto destinato a fare discutere il mondo. Circa 13.000 persone inadempienti nel pagamento degli alimenti ai figli minorenni sono state escluse dagli stadi dei Mondiali di calcio.
Una decisione severa? Forse. Ma soprattutto una decisione giusta.
Viviamo in un’epoca nella quale troppo spesso i diritti vengono reclamati con forza, mentre i doveri vengono relegati in secondo piano. Eppure una società civile si misura proprio dalla capacità di ricordare che ogni diritto nasce e si sostiene attraverso una rete di responsabilità. Il diritto di assistere a una partita di calcio, di viaggiare, di partecipare alla festa mondiale dello sport non può mai essere anteposto al dovere fondamentale di mantenere i propri figli. Prima di essere tifosi, si è genitori Essere padre o madre non è un fatto biologico. È una scelta quotidiana di responsabilità. Il filosofo Emmanuel Levinas sosteneva che l’etica nasce dal volto dell’altro, dalla responsabilità che quel volto ci impone. E nessun volto interpella la nostra coscienza quanto quello di un figlio. Un figlio non ha scelto di nascere; per questo motivo la società attribuisce ai genitori un dovere che non è soltanto economico, ma profondamente morale. Quando un genitore non versa il mantenimento non sta semplicemente violando una disposizione del giudice. Sta venendo meno a un patto originario di protezione. Sta scaricando sulla collettività, sull’altro genitore e, soprattutto, sui figli, il peso delle proprie omissioni. Gli antichi romani, popolo spesso ricordato per la propria durezza, avevano però una concezione elevatissima della responsabilità familiare. Cicerone scriveva: «Nessun dovere è più importante di quello verso i figli.»
La famiglia costituiva il primo nucleo della res publica. Se il padre non era capace di adempiere ai propri obblighi, l’intera comunità ne risultava indebolita. Anche Aristotele, nella Politica, insegnava che la città è l’estensione della famiglia e che il bene comune nasce dall’ordine delle relazioni domestiche. Non può esistere uno Stato forte se le famiglie sono lasciate alla fragilità economica e all’abbandono.
E ancora, Confucio affermava: «La forza di una nazione deriva dall’integrità della famiglia.»
Sono parole pronunciate oltre duemila anni fa, ma sembrano scritte per il nostro tempo.
Lo sport è festa, ma non può essere evasione morale Il calcio è passione, identità, emozione collettiva. I Mondiali rappresentano uno dei pochi eventi capaci di fermare il mondo, di unire persone di lingue, culture e religioni differenti. Ma proprio perché lo sport è festa, esso non può diventare un rifugio morale per chi non adempie ai propri doveri più elementari. L’Argentina sta affermando un principio straordinariamente semplice: non è accettabile spendere denaro per viaggi, biglietti aerei e ingressi negli stadi quando si è scelto di non garantire il sostentamento dei propri figli.
Non si tratta di criminalizzare la povertà. Le difficoltà economiche esistono e meritano comprensione e strumenti di sostegno. Il provvedimento riguarda infatti coloro che risultano inadempienti in maniera reiterata e certificata. È una misura che colpisce l’irresponsabilità, non la fragilità.
Mantenere i propri figli non è un gesto di generosità. Non è un favore. Non è un atto facoltativo. È un dovere categorico. La società contemporanea parla continuamente di libertà individuali, ma dimentica che la libertà senza responsabilità degenera in arbitrio. Lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry, autore de Il Piccolo Principe, ci ha lasciato una frase immortale:
«Tu diventi responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato.»
A maggior ragione, siamo responsabili per sempre di coloro che abbiamo messo al mondo.
La decisione argentina ha anche un valore pedagogico. Le sanzioni economiche e giudiziarie spesso non bastano. Colpire la sfera simbolica, impedendo l’accesso a un evento desiderato e prestigioso come i Mondiali, trasmette un messaggio potente: la genitorialità è una funzione sociale e il suo abbandono non può essere considerato una questione privata. In un tempo in cui molti ragazzi crescono senza punti di riferimento stabili, la società ha il dovere di affermare con chiarezza che i figli vengono prima di tutto.
Prima della partita. Prima del tifo.Prima del viaggio. Prima di qualsiasi piacere personale. L’Argentina perderà qualche migliaio di tifosi sugli spalti. Ma forse guadagnerà qualcosa di molto più prezioso: il rispetto per un principio di civiltà.
Io dico “Chi obbliga un genitore a ricordare i propri doveri costruisce una società più giusta”. Perché i figli non possono aspettare. Non possono sospendere la loro crescita fino a quando un genitore deciderà di essere responsabile. Hanno bisogno di cure, di stabilità, di dignità, oggi. Ed è per questo che la scelta argentina, pur severa, appare profondamente condivisibile: perché ricorda a tutti noi una verità antica e spesso dimenticata.
Prima di essere cittadini, tifosi o spettatori di un Mondiale, siamo esseri umani chiamati ad assumerci le conseguenze delle nostre responsabilità. E nessuna responsabilità è più grande di quella verso i propri figli.
(*) Giornalista
