di Michele Rutigliano (*)
Nel lanciare a Roma il suo movimento “Futuro Nazionale”, il generale Roberto Vannacci ha riproposto un messaggio che negli ultimi anni ha trovato spazio in molte aree d’Europa: più sovranità, più identità nazionale, meno vincoli sovranazionali. Una narrazione che fa leva sul malessere sociale, sulle paure generate dalla globalizzazione e sulla crescente sfiducia verso le istituzioni europee. Ma se questa proposta può apparire suggestiva in alcuni contesti, diventa assai meno convincente se osservata dal punto di vista del Mezzogiorno. Il Sud ha già pagato sulla propria pelle il prezzo delle chiusure, delle marginalizzazioni e delle scelte calate dall’alto. Continuare a guardare esclusivamente entro i confini nazionali significa ignorare una realtà ormai evidente: le grandi sfide del nostro tempo non si affrontano più dentro le mura dello Stato ottocentesco. Energia, intelligenza artificiale, sicurezza, ricerca scientifica, infrastrutture, commercio internazionale e flussi migratori sono questioni che si decidono ormai su scala continentale e globale. Pensare che il Mezzogiorno possa trovare il proprio riscatto in una generica riaffermazione della sovranità nazionale rischia di trasformarsi nell’ennesima illusione politica destinata a scontrarsi con la realtà. Del resto, il Sud è cresciuto quando ha saputo aprirsi al Mediterraneo e all’Europa, non quando si è chiuso in se stesso. Le città della Magna Grecia, i grandi porti del Regno di Napoli e gli scambi culturali che hanno attraversato i secoli raccontano una storia molto diversa da quella evocata dai nuovi profeti del nazionalismo.
Draghi indica la strada: più Europa, non meno Europa
Mentre a Roma qualcuno rilancia il mito del “Futuro Nazionale”, Mario Draghi propone una prospettiva diametralmente opposta. Nel suo recente intervento sul futuro dell’Unione Europea ha affermato che l’Europa deve imparare ad agire come un unico Stato, dotandosi di una politica industriale comune, di una strategia energetica condivisa e di strumenti adeguati per competere con Stati Uniti e Cina. Non si tratta di un esercizio accademico. È una necessità storica. Oggi nessun Paese europeo, nemmeno la Germania o la Francia, possiede da solo la forza economica e geopolitica necessaria per affrontare i grandi cambiamenti in atto. Figuriamoci l’Italia e, al suo interno, il Mezzogiorno. Per il Sud questa visione rappresenta una straordinaria opportunità. Se l’Europa sceglierà davvero la strada dell’integrazione, il Mezzogiorno potrà diventare la piattaforma strategica dell’Europa nel Mediterraneo. Porti, logistica, energie rinnovabili, economia del mare, corridoi commerciali, università e ricerca potrebbero trasformare quella che per decenni è stata considerata una periferia in un nuovo centro di sviluppo. La vera domanda allora è un’altra: il Mezzogiorno vuole continuare a inseguire vecchie ricette nazionali che negli ultimi centocinquant’anni non sono riuscite a colmare il divario con il Nord, oppure vuole diventare protagonista di una nuova stagione europea?
Dal Sud assistito al Sud protagonista della Macroregione europea
Per troppo tempo il dibattito meridionalista si è limitato a chiedere interventi straordinari, fondi compensativi e politiche di riequilibrio. Strumenti certamente necessari, ma non sufficienti. Oggi serve un cambio di paradigma. Il Mezzogiorno deve smettere di considerarsi il problema dell’Italia e iniziare a proporsi come una delle soluzioni ai problemi dell’Europa. La sua posizione geografica, al centro delle rotte che collegano Europa, Africa e Medio Oriente, rappresenta un vantaggio strategico che nessun’altra area del continente possiede con la stessa intensità. È questa la prospettiva che ispira il progetto per un nuovo Mezzogiorno nel futuro dell’Europa: non una terra che attende passivamente aiuti, ma una vera e propria Macroregione, capace di attrarre investimenti, innovazione, ricerca e nuove opportunità per le giovani generazioni. Naturalmente l’Europa dovrà fare la sua parte. Dovrà superare burocrazie, egoismi nazionali e politiche spesso miopi verso le regioni periferiche. Ma sarebbe un grave errore rispondere a questi limiti con il ritorno a un nazionalismo che guarda nello specchietto retrovisore della storia. Il Mezzogiorno ha bisogno di più Europa, non di meno Europa. Ha bisogno di una visione larga, non di nuovi confini mentali. Perché il futuro del Sud non passa per la nostalgia della nazione autosufficiente. Passa invece attraverso una grande sfida europea e mediterranea. Naturalmente l’Europa non è esente da errori, ritardi e contraddizioni. Le politiche comunitarie non sempre hanno saputo comprendere le specificità delle regioni meridionali. Tuttavia, nessuna strategia credibile di rilancio del Mezzogiorno può oggi prescindere dalla dimensione europea. Ecco perché, di fronte alle suggestioni di un presunto “futuro nazionale”, vale la pena avanzare una proposta diversa. Per il Mezzogiorno il vero futuro non consiste nel restringere il proprio orizzonte, ma nell’allargarlo. Non nel chiudersi dentro nuovi confini, ma nel diventare protagonista di una più grande comunità politica, economica e culturale. Il futuro del Sud non si chiama nazionalismo. Il futuro del Sud si chiama Europa.
(*) Giornalista
