di Loredana Vaccarotti
In Italia abbiamo molte passioni nazionali: il calcio, la pasta, discutere di calcio mentre mangiamo pasta. Ma soprattutto, come una tradizione secolare tramandata di governo in governo, ce n’è una che unisce il Paese più della Nazionale ai Mondiali: la riforma della giustizia.
Ogni generazione ha la sua.
Ogni governo promette quella definitiva.
E ogni volta scopriamo che era solo la penultima.
Quest’anno tocca alla riforma proposta dal governo di Giorgia Meloni con il ministro della giustizia Carlo Nordio, che prevede tra le altre cose la famosa separazione delle carriere dei magistrati. Un tema così storico che probabilmente era già stato discusso ai tempi della carboneria, tra un bicchiere di vino e un complotto.
Gli italiani saranno chiamati a esprimersi con un referendum costituzionale.
Tradotto nel linguaggio politico italiano: una discussione nazionale destinata a durare almeno tre talk show, quattro editoriali indignati e un numero imprecisato di tweet apocalittici.
La riforma definitiva (fino al prossimo governo)
Il problema della riforma della giustizia in Italia è che ogni volta viene presentata con lo stesso tono con cui si annuncia la scoperta del vaccino contro la stupidità.
“Questa è la riforma che modernizzerà il sistema!”
Poi cambia il governo e arriva il nuovo ministro che annuncia:
“Questa è la riforma che modernizzerà davvero il sistema!”
È un po’ come gli aggiornamenti del telefono.
Ogni volta pensi: “Ecco, ora funziona tutto”.
Poi arriva la notifica: Aggiornamento disponibile.
La Repubblica italiana ormai è praticamente un software.
Siamo alla versione Costituzione 1.47 – patch sulla magistratura.
Il dibattito televisivo: una forma di combattimento rituale
Come sempre accade, la riforma è diventata immediatamente un evento televisivo.
Nei talk show il dibattito segue una struttura molto scientifica:
- cinque persone che parlano contemporaneamente
- un conduttore che dice “fatemi finire”
- qualcuno che grida “ma lei non ha letto la riforma!”
- pubblicità di un detersivo.
Nel frattempo lo spettatore medio sta cercando di capire cosa significhi davvero “separazione delle carriere”.
Per aiutare il pubblico, i talk show hanno invitato i migliori esperti del Paese:
- un ex magistrato
- un politico
- un giornalista
- un politico che urla
- un giornalista che urla più forte.
Il cittadino italiano davanti al referendum
Nel frattempo l’italiano medio si prepara al referendum con il consueto entusiasmo civico.
Prima fase: scoperta dell’esistenza del referendum.
Avviene generalmente tre giorni prima del voto, quando qualcuno dice:
“Ma lo sai che dobbiamo votare?”
Seconda fase: ricerca su internet.
Dopo circa due minuti di lettura il cittadino ha già incontrato:
- tre interpretazioni opposte
- quattro accuse di golpe istituzionale
- sette articoli con la parola “storico”.
Terza fase: decisione finale.
L’italiano medio voterà basandosi su uno dei seguenti criteri scientifici:
- simpatia per il politico che ha parlato meglio in TV
- antipatia per il politico che ha parlato peggio in TV
- il consiglio della zia su WhatsApp.
L’arte italiana della riforma infinita
La verità è che in Italia la riforma della giustizia non è solo una questione giuridica. È un genere letterario.
Ha le sue caratteristiche:
- introduzione solenne
- scontro epico tra opposti schieramenti
- previsione della fine della democrazia
- finale aperto.
Dopo il referendum, qualunque sia il risultato, succederanno due cose molto prevedibili.
La prima: qualcuno dirà che è una svolta storica.
La seconda: qualcuno dirà che non cambierà nulla.
La terza — perché in Italia le cose sono sempre tre — è che tra qualche anno un nuovo ministro annuncerà:
“È arrivato il momento di fare la vera riforma della giustizia.”
E il ciclo ricomincerà.
Lo sport nazionale
Alla fine bisogna riconoscerlo: noi italiani abbiamo inventato uno sport molto sofisticato.
Non è il calcio.
Non è la Formula 1.
Non è nemmeno la pizza con l’ananas (che infatti non pratichiamo).
Il nostro vero sport nazionale è cambiare le regole del gioco mentre la partita è ancora in corso.
E lo facciamo con una maestria unica al mondo.
D’altronde siamo il Paese che ha dato i natali a Machiavelli.
Pensavate davvero che ci saremmo accontentati di un semplice regolamento?
