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I Graffitididana – Kawasaki, la città dove la primavera… si alza

di Loredana Vaccarotti

 

KAWASAKI — Mentre il resto del Giappone celebra la primavera con delicati petali rosa che cadono come neve poetica, a Kawasaki si preferisce un approccio più… verticale. È tornato il Kanamara Matsuri, il festival che ogni anno ricorda al mondo che la fertilità è una cosa seria, ma non per questo deve essere discreta.

La prima domenica di aprile, infatti, la città si riempie di turisti, devoti e curiosi che accorrono per assistere alla più improbabile processione religiosa dell’Asia orientale: tre santuari portatili che ospitano altrettanti simboli fallici, trasportati con la stessa solennità con cui altrove si porta la statua del patrono.

Un evento dove, come direbbero gli organizzatori, “le dimensioni contano solo per motivi logistici”.

Il corteo è un tripudio di tamburi, kimono, selfie e risatine soffocate. I protagonisti assoluti:

  • Il Mikoshi di ferro nero, che sembra uscito da una fonderia e pesa come un segreto di famiglia.
  • L’Elizabeth, un monumento rosa donato da un drag club, ormai più fotografato dei ciliegi stessi.
  • Il Kanamara Omikoshi, il veterano in legno, che sfila con l’aria di chi ha visto più primavere di tutti.

Gli spettatori oscillano tra la devozione e la tentazione di inviare foto compromettenti agli amici.

Il Santuario Kanayama-jinja, dedicato alle divinità della metallurgia, un tempo proteggeva fabbri e lavoratori del sesso. Una combinazione che oggi farebbe impazzire qualsiasi ufficio marketing, ma che all’epoca funzionava benissimo.

Negli anni ’80 il festival ha aggiornato la missione: prevenzione dell’HIV, salute sessuale, informazione. Un raro caso in cui la tradizione si evolve più rapidamente del Wi-Fi delle stazioni giapponesi

Tra gli stand si trova di tutto:

  • caramelle artisticamente modellate
  • candele che non si possono accendere a cena con i suoceri
  • asciugamani che raccontano più di quanto asciughino
  • ravanelli daikon scolpiti con un entusiasmo agricolo fuori dal comune

Il tutto venduto con la stessa naturalezza con cui altrove si propone una calamita da frigo.

È un equilibrio delicato: un po’ come portare in processione un simbolo di fertilità alto un metro e mezzo e pretendere che nessuno faccia battute del cazzo, ad esempio!

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