Economia e Lavoro

IL GRAFFIO – Il dramma del paese: la cultura della rendita aumenta il debito pubblico ed elude le responsabilità/1

 

di Fabrizio Pezzani (*)

Siamo di fronte al rischio di arrivare ad un punto di non ritorno sul risanamento del debito pubblico che sta diventando un enorme macigno da combattere con una strategia possibilmente vincente basata sull’individuazione delle cause che alimentano il suo volume e se possibile rimuoverle ma sarà difficile operare nel breve tempo.

Poi sarà necessario trovare le soluzioni tecnico-contabili che consentano di arrivare ad un sistema di “accountability“ che leghi i risultati con le dirette responsabilità ed evitare il continuo rimpallo fra istituzioni centrali e periferiche per scaricare quelle responsabilità che non si trovano mai e tutto finisce sempre in cavalleria.

Proviamo a rispondere al malefico problema andando per ordine e partendo dall’analisi dell’andamento del debito e dalle politiche dei vari governi che hanno sempre messo al primo posto la sua riduzione per lasciarlo alla fine del mandato sempre inesorabilmente aumentato.

Il debito si è impennato negli anni ottanta per effetto della fine del “gold exchange standard” con l’onda inflattiva scaricata dagli usa che per sostenere la stampa del dollaro si inventano il petrodollaro ed il sistema swift che obbliga tutti i paesi occidentali ad usare solo il dollaro per le transazioni internazionali, il dollaro si rivaluta e la lira si deprezza.

Il fatto scarica sul debito un effetto di aumento e il rapporto debito/pil dal 33% passa al 91%; la politica della prima repubblica ha potuto fare poco ma per mantenere una società più stabile dopo gli anni di piombo carica il debito di benefits come le pensioni baby.

Gli scandali di tangentopoli mostrano il degrado di una politica più attenta all’accumulo che alla redistribuzione ed a seguire la cultura della rendita che come vedremo meglio funziona grazie a favori fatti all’elettorato spesso per interessi nepotistici, familiari e di appartenenza per garantirsi i voti necessari alle nomine politiche.

Il degrado della politica attenta alla rendita e distolta dal bene comune comincia ad impiantarsi come modalità di governo sempre più nel nuovo secolo, i favori e cioè i voti si comprano grazie a favori resi possibili dalla posizione assunta grazie agli stessi voti ed il cerchio si chiude sempre con un innalzamento del debito che funziona da cassa per i favori.

La politica e la sua classe continueranno a peggiorare fino ad oggi dove hanno assunto una reale criticità per la sua espansione e superficialità nel consegnare posti a sprovveduti che a loro volta continuano la catena di Sant’Antonio e la loro evidente incompetenza fa collassare il sistema; i governi sempre più tendono ad assumere figure di secondo piano perché il merito può essere pericoloso per chi governa e rischia di non essere controllabile. La cultura della rendita e quella del mercato sono legate alla storia agricola del paese, come già ricordato nel saggio “I motivi storici e culturali del federalismo“ due sviluppi al nord il rapporto tra proprietà e lavoranti conosceva un vasto ricorso al contratto di “mezzadria“ al sud invece la forma di rapporto lavorativo preminente era quella del “latifondo“.

Nel caso della mezzadria il mezzadro condivideva i frutti del lavoro con il proprietario coinvolgendo la famiglia e la comunità allargata per ottenere il massimo risultato, ma era anche condannato nel caso al rischio nel caso di raccolti perduti. Nel caso del latifondo il bracciante era remunerato indipendentemente dalla sua prestazione e dal risultato della stessa. La storia ha dimostrato che le terre coltivate a mezzadria si sono evolute verso l’artigianato, il commercio e l’impresa dovute alla necessità di essere creativi per non sottostare al caso o ad una storia negativa e ci si orientava verso una cultura del mercato.

Nel latifondo, al sud del paese, invece si veniva a creare una sorta di schiavitù della rendita che ha sviluppato una forma di dipendenza dalla cultura della rendita creando nel bracciante l’aspettativa di diventare a sua volta un “rentier“.

Così dove si è sviluppata la mezzadria è coinciso uno sviluppo imprenditoriale ed i settori industriali del nord coincidono esattamente con quelle aree geografiche. Altrove dove prevaleva il latifondo si è sviluppata una miriade di piccole o grandi rendite legate al pubblico impiego, all’assistenzialismo e nelle classi più elevate allo sviluppo di attività professionali in cui si è specializzata la borghesia meridionale. Così la mezzadria ha portato i lavoratori alle dipendenze del settore privato mentre il latifondo ha portato i lavoratori nel settore pubblico; i più bravi dei primi sono diventati imprenditori mentre i secondi sono diventati gestori del potere.

Con l’evolversi delle società verso forme di maggiore urbanizzazione con modelli di società più frammentati, con una più profonda scolarizzazione le due culture sono venute maggiormente a contatto ed oggi la cultura della rendita, specie nel settore politico e pubblico, tende a prevalere su quella del mercato. A Roma che diventa la sede della politica e della burocrazia nei rispettivi ranghi tendono a confluire più ex-braccianti che ex-mezzadri; anche perché l’idea di vivere di rendita è più appetibile di quella di vivere delle fluttuazioni dei mercati.

Il processo di riunificazione del paese ha subito un maggiore effetto da parte della cultura della rendita che da quella del mercato così lo stesso nord che non è più il luogo dove tutti sono disposti a rischiare ed a mettersi in proprio è un luogo molto più vicino ad una mentalità specifica facendo prevalere anche al nord la cultura del bracciante e della rendita e con una minore propensione al rischio.

Il cerchio si è chiuso, come sopra ricordato, quando la stessa classe politica è stata presa dalla necessità di ricorrere alla rendita come scambio con l’elettorato per i voti necessari a governare ed oggi la nostra governance dimostra la presenza maggioritaria dei territori del sud del paese al governo.

Di conseguenza dobbiamo affrontare un debito che si autoalimenta per effetto dell’incapacità della cultura della rendita a creare ricchezza come invece fa la cultura del mercato che produce e distribuisce ricchezza.

(*) Professore emerito Università Bocconi

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