di Fabrizio Pezzani (*) Professore emerito Università Bocconi
Alla fine dell’anno per riconciliare i dati si convincono i clienti ad accettare il passaggio dei magazzini interni a loro con fatturazione annessa; per forzare il risultato e ridurre i costi si delocalizzano e si esternalizzano tutte le attività possibili, il tutto in una logica di breve tempo in linea con le aspettative dei mercati finanziari ma non con le attese di lungo tempo dell’economia reale. Gli “impairment test“, quindi, consentono di anticipare le aspettative di redditività futura e il valore delle azioni vola sempre più lontano dal valore reale e giustifica la creazione del mercato dei derivati. Negli stessi anni Geenspan inonderà il mercato di liquidità e così il processo di finanziarizzazione dell’economia si chiude e ci porta all’attuale fase storica.
La consegna dei Nobel in questa fase storica ha, così, rappresentato un lasciapassare per l’applicazione di modelli sofisticati e sempre più ingegneristici nella finanza e la loro applicazione autoreferenziale nel tempo è stata disastrosa; le banche d’affari di cultura anglosassone si sono combattute per assumere fisici nucleari, statistici, fisici e matematici puri per costruire i loro modelli di governo della finanza. È emblematico che nonostante il fallimento di questa cultura e gli ammonimenti di economisti come Stglitz, Sen, Krugmann, l’Accademia delle Scienze lo scorso anno abbia premiato due economisti americani per l’approccio razionale all’economia ed alla finanza. La finanza è diventato lo strumento di più rapido arricchimento privilegiando la concentrazione della ricchezza e finendo per assumere il ruolo di strumento dominante nel mondo alternativo a quello bellico.
La finanza inoltre opera in un contesto “amorale“ perché chi decide in finanza non si pone il problema delle conseguenze sociali delle sue decisioni, spinto dalla massimizzazione del risultato del singolo a breve e lesivo degli interessi collettivi che richiedono invece un orizzonte temporale a lungo tempo. I modelli culturali della finanza si sono estesi anche ai modelli di vita delle società ma con impatti diversi in Europa e negli Usa contribuendo a marcare le differenze di tipo culturale e sociale tra le due realtà che il muro di Berlino aveva contribuito a mantenere meno distanti.
La civiltà occidentale non è più oggi il tutto omogeneo che era 40 anni fa infatti abbiamo una cultura anglosassone che privilegia un modello di governance basato sul mercato – l’ottimo del singolo a breve – e quella europea che privilegia un modello di governance basato sulla sussidiarietà – l’ottimo del sistema a lungo tempo. I due modelli, espressivi di vedere in modo diverso il divenire della società, sono oggi allo scontro; in senso più ampio e globale riprendendo il senso del titolo ci troviamo di fronte “non ad una crisi ordinaria che capita più o meno ogni decennio, ma davanti ad una delle grandi transizioni della storia umana, quando ad una forma di cultura ne succede un’altra“ diceva Pitirim Sorokin nel suo lavoro del 1941 dal titolo: “The crisis of our age“ ripresentato in italiano nel 2000 (Ed. Arianna, Bologna) ma presto dimenticato.
Lo sviluppo della finanza ha creato una economia finanziaria straordinariamente sovradimensionata rispetto all’economia reale – il 95 % delle transazioni in derivati passa per 5 banche d’affari – e il suo governo è altamente concentrato in pochissime istituzioni il cui potere, oggi, è in grado di determinare la stabilità dei singoli stati. Tutto è diventato finanza ed i prezzi di oggi sono fatti sulle aspettative dei prezzi futuri fatti da scommettitori lontano dalla realtà e così il valore di scambio si allontana sempre di più dal valore d’uso.
I dati macroeconomici su cui si cerca di programmare il futuro sono sempre scivolosi e cambiano in continuazione perché il sistema reale è lontano da quello culturale della finanza dove i dati si costruiscono ma siamo lontani dalla terra.
Il tema di fondo che si è sviluppato negli ultimi anni non è pertanto solo un problema di tipo tecnico – finanziario ma riguarda di fatto la ridefinizione degli equilibri globali di potere.
Ma l’esercizio del potere finanziario diventa anche un mezzo per influenzare le politiche globali, è infatti curiosa la correlazione tra il recente crollo dello spread in Italia in presenza di un peggioramento significativo degli equilibri del paese ed in generale la minore tensione sull’euro.
A questo punto sembra evidente che il problema degli equilibri finanziari non sia solo un problema tecnico ma investa una dimensione molto più complessa che mette in discussione i modelli di sviluppo non solo economici e finanziari in essere ma in particolari quelli legati alla dimensione sociale e culturale. Sono l’economia e la finanza le condizioni necessarie e sufficienti per avere una buona società oppure è il contrario? A seconda si privilegi una o l’altra delle ipotesi i percorsi di soluzione sono completamente diversi. Se si pensa che la crisi dipenda da un problema di regolazione dei mercati la si potrà risolvere, come molti sostengono, tramite provvedimenti meccanicistici, le regole, esterni alla società; viceversa se si pensa che il problema dipenda da un modello socioculturale che non risponde più ai problemi della società bisogna domandarsi come riorientare il modello di valori e di vita della nostra società.
La stabilità dell’euro dipenderà in gran parte da come saremo in grado di rispondere a queste domande nel modo più corretto; in sostanza i temi sul tappeto sono i seguenti:
- Il livello di interdipendenza tra stati a livello globale non consente che possa essere risolto con la dominanza né di un singolo stato né da un unico modello culturale;
- Il fallimento del capitalismo esasperato ha dimostrato che il liberismo che si afferma è quello del più forte (il modello sociale americano è chiaramente evoluto verso l’oligarchia) ed ha generato squilibri a livello globale non facilmente risolvibili;
- La ricerca di nazionalismi esasperati è contrario alla ricerca di un bene comune globale e nella Storia è stato sempre propedeutico al fallimento (dalle polis greche in poi); la collaborazione e la solidarietà devono ispirare un processo comune al fine di ridare un senso compiuto a termini oggi sfuocati come sono l’etica, la morale, l’equità;
- La condivisione di politiche più rigorose è fondamentale a ricompattare l’Europa, in questo senso le politiche fiscali devono accompagnare questo processo; è necessario trovare la cura in grado di affrontare i problemi alla radice e diventare, ormai, nel tempo meno dipendenti dalla finanza globale e dai valori che esprime;
- L’economia finanziaria, in definitiva, rappresenta nella sua dimensione attuale un perenne e mortale rischio per l’economia reale; si rendono necessarie politiche in grado di ridimensionarla ed a favorire, specie nei paesi più deboli, il forte ritorno all’economia reale.
Personalmente ritengo sbagliato affermare il declino del mondo occidentale, tout court, data la diversità al suo interno e riprendendo la visione di Romano Guardini condivido il ruolo determinante che l’Europa può avere nel futuro complessivo del mondo.
Di fronte ad un dominio della scienza tecnica, percepita come valore assoluto, sulla natura dell’uomo spetta all’Europa la critica di questa modello “perché ne ha provato la potenza non come garanzia di sicuri trionfi ma come destino che rimane indeciso dove condurrà… L’Europa ha prodotto l’idea della libertà – dell’uomo come sua opera; ad esse incomberà nella sollecitudine per l’umanità dell’uomo pervenire alla libertà di fronte alla sua propria opera “(R. Guardini; Europa. Realtà e compito).
Guardini presentava questo pensiero negli anni sessanta e come tutti i grandi e veri pensatori di quel periodo che si chiude all’inizio degli anni settanta aveva perfettamente individuato l’attuale fase della nostra storia e la crisi del nostro tempo.
(*) Professore emerito Università Bocconi
