di Fabrizio Pezzani (*)
Il film-fantasy “La Storia Infinita” del 1984, tratto dal romanzo di Michael Ende (1979) si rappresenta la guerra tra il regno di “Fantàsia” e il “Nulla”. Il piccolo Bastian, aiutato dal “Fortunadrago” Fùcur, favorirà la vittoria sul “Nulla”. Il film è denso di significati simbolici e straordinariamente attuali perché la Storia, come diceva Giambattista Vico (1668-1774), si ripete sempre.
Il regno di “Fantàsia”, nella pellicola, è il regno della fantasia umana senza confini e ogni suo elemento deriva dai sogni e dalle speranze dell’umanità. “Fantàsia” a un certo momento si trova in lotta con il “Nulla”, rappresentato da un vuoto opprimente, che soffoca le speranze e i sogni e che spinge alla rinuncia. Il “Nulla” aumenta la disperazione e il senso di vuoto. Domina perché è più facile comandare chi non riesce a credere più a niente.
Anche oggi ci troviamo ad affrontare quel “Nulla” nella realtà di tutti i giorni. Un “Nulla” rappresentato dalla rinuncia a pensare in modo creativo, ad affrontare con lucidità e un pàthos vero e ricco di solidarietà il vuoto quotidiano dell’egoismo e della solitudine, il tutto sigillato dal grigiore di una classe dirigente ossificata e fallita. Da quarant’anni non produciamo più cultura vera ma viviamo di quella della rendita a tutti i livelli, che brucia ricchezza ma non la crea. E il debito pubblico, fuori controllo, ne è la palese dimostrazione. Tutti evocano l’importanza del merito, ma quello dell’appartenenza che si sposa, appunto, con la cultura parassitaria della rendita che porta a un abbattimento delle competenze professionali e morali.
Abbiamo pensato di continuare a essere i “cinesi” d’Europa fino a quando quelli veri ci hanno riportato alla realtà e alla necessità di ripensare un modello di sviluppo che sia coerente con la nostra storia, la nostra identità e in linea con un mondo che cambia, smettendo di farci colonizzare da modelli culturali che non sono nostri e che sono già falliti dove sono stati pensati. L’economia reale, l’artigianato, il commercio, la manifattura, il mondo agricolo, le medie e piccole imprese (il 95 per cento degli occupati) sono la nostra storia. Da lì dobbiamo ripartire, per dare speranza e fiducia ai giovani. Siamo leader nel mondo in diversi settori manifatturieri, nonostante tutto, ma avviare una semplice attività imprenditoriale oggi sembra più difficile che spedire un razzo sulla Luna.
Allora: come facciamo a creare posti di lavoro, se non riprendiamo un cammino creativo che ha fatto la storia del Paese? Va incentivato e favorito questo mondo di libera creatività imprenditoriale, per competere in modo nuovo su un mercato globale – il mondo di “Fantàsia” – e non imbrigliato da una burocrazia ottusa e da una finanza locusta, il “Nulla”.
La politica nel senso più nobile, come la pensavano gli antichi Greci (“polis- ethos”), dovrebbe aiutarci a uscire da un guado in cui rischiamo di rimanere. Ma anch’essa è più ridondante di slogan che di idee innovative e coraggiose in grado di rispondere a un mondo nuovo. Una sfida che non possiamo affrontare con la retorica ma con il pensiero. In questa confusione, non si riesce più a capire cosa sia giusto e cosa no, cosa e come fare e cosa e come non fare. Così, siamo eternamente nella saga delle riforme-non riforme pressati dall’urgenza di fare alla svelta. “Presto e bene non conviene” ma pensare costa fatica, tempo e non paga subito. Abbiamo subito un modello non-culturale fatto di contatti fulminei, virtuali, con un numero limitatissimo di parole, basato sull’effetto annuncio di X di E. Musk, Facebook di M. Zuckerberg, selfie e tutto l’armamentario che allontana dal pensiero vero.
Questa non-cultura scivola sull’onda, più velocemente del tempo che sarebbe necessario per andare in profondità e provare a capire chi siamo, da dove veniamo, dove e come vogliamo andare. Così finiamo per complicare i problemi, perdere la bussola e diventare prigionieri di giochi più alti. Ancora una volta, infatti, si affrontano i problemi a valle e non quelli a monte, rischiando di andare in loop per l’asimmetria creata tra il Paese reale e quello istituzionale, continuando a ragionare sui mezzi quando è giunto il tempo di mettere in discussione i fini. Senza una visione più lucida dello scenario a tendere, per risolvere un problema si complica il tutto.
È lecito o no domandarsi se ci sia qualcosa che non vada nel modello di governance del Paese o dobbiamo ignorarlo, presi dalla frenesia del cambiare senza capire verso dove andare o dove ci stanno spingendo? È necessario smettere di perdere tempo in un dibattito inutile e ozioso sul funzionamento tecnico delle istituzioni, che può essere migliorato, ma non sposta i termini del problema. Non staremo meglio con un Senato elettivo, non elettivo, senza Senato, con due Senati e con o senza un” premierato” se non ci sono gli uomini. Altrimenti, siamo al punto di cambiare tutto per non cambiare niente.
Con una classe dirigente responsabile, onesta, di buon senso e non fatua, piena di slogan, le riforme istituzionali non sono un problema, come ci hanno dimostrato i padri costituenti che hanno rimesso in carreggiata un Paese dissolto dalla guerra. Il dibattito sulle eventuali riforme deve ripartire da un serio e approfondito esame di “autocoscienza” sui valori fondanti una società. Come sostenevano i nostri anziani, non si mette il vino nuovo nelle botti vecchie o potremmo dire “non si cuoce il pane con le riforme del Senato o le altre senza una visione di dove vogliamo andare”.
Non abbiamo ancora deciso quale assetto istituzionale – centrale o federale – deve avere questo Paese e siamo sempre in mezzo al guado, con un patto di stabilità asimmetrico al Paese e pensato su Marte. Ma se non definiamo a monte l’assetto istituzionale e organizzativo del Paese da tendere e il ruolo che vogliamo vivere in un contesto globale in rapida evoluzione, come possiamo pensare che le riforme a valle risolvano i problemi. Noi non governiamo il vento, perché siamo solo una tessera di un puzzle globale in cui si vanno definendo equilibri diversi e conflittuali. Possiamo solo governare le vele, ma se non facciamo nemmeno quello rischiamo il naufragio. Le responsabilità, sia pure a livelli diversi, sono di tutti e nessuno si può sottrarre agli errori commessi. La presa di coscienza dei problemi morali è, direbbe Immanuel Kant (1724-1804), un imperativo categorico, perché non possiamo tradire i sacrifici dei nostri vecchi e le speranze dei nostri giovani.
(*) Professore emerito Università Bocconi
