di Viola Scipioni
Non sono giornate semplici per la leader del Partito democratico Elly Schlein che, suo malgrado, si è ritrovata a dover tappezzare crepe importanti su temi a lei molto cari, come il fine vita, la maternità surrogata e la legalizzazione della cannabis. Delusa dall’astensione della consigliera del Pd in Veneto, Anna Maria Bigon, Schlein ha definito il fatto come «una ferita», nonostante molti suoi colleghi di partito come Delrio e Guerini abbiano affermato che tali questioni, a parer loro decisamente delicate, non debbano essere dettate o gestite dalla disciplina di partito.
C’è un’ala cattolica e profondamente conservatrice nel Pd che la scorsa estate si è espressa duramente anche sulla gestazione per altri. Nonostante ciò, una buona fetta tra i più moderati si è comunque dimostrata scettica o contraria, al punto tale da costringere tutto il partito ad uscire dall’aula pur di non dimostrare evidenti spaccature. Difficile non pensare che tale situazione non possa ripetersi anche con la legalizzazione della cannabis.
Ma ciò che ha scosso di più i piani alti del partito è stata la netta posizione che la leader ha preso a Gubbio quando, durante la riunione dei deputati del Pd, ha aperto una discussione che fino a qualche mese fa sembrava impensabile. Sul fronte della guerra in Medio Oriente, riferendosi soprattutto alla posizione dell’Europa riguardo Israele, Schlein ha dichiarato che «non si può rischiare che le armi vengano utilizzate per commettere crimini di guerra». Una presa di posizione forte, che ha sicuramente ricevuto apprezzamenti dall’ala più a sinistra del partito e non solo, ma che mostra poca credibilità sul piano nazionale e internazionale. L’europarlamentare del Pd Pina Picerno, infatti, ha invitato il partito a seguire una linea più diplomatica, così da evitare di generare troppa confusione tra gli elettori e non solo.
Dall’altro lato del Parlamento, Giorgia Meloni osserva quanto accade cercando di valutare le prossime mosse. Il futuro confronto televisivo tra lei e la leader del Pd è cosa nota, ma questi piccoli terremoti possono soltanto che giovare alla leader dell’esecutivo e alla sua coalizione: meglio confrontarsi con le debolezze di Elly Schlein piuttosto che con la demagogia molto simile alla propria di Giuseppe Conte. Debolezze, quelle della leader del Pd, note sia alla maggioranza che all’opposizione: c’è chi ammette che Schlein non abbia il carisma necessario per ribaltare i risultati elettorali del partito, come Nicola Zingaretti e chi, come Franceschini, pensa già a un sostituto. In particolare, si è fatto il nome di Paolo Gentiloni, che non si ricandiderà a Bruxelles, e che è molto diverso da Schlein perché piace un po’ a tutti. È presto, comunque, per parlare. Probabilmente, avremo delle situazioni certe soltanto dopo il voto delle europee.
