di Giuliano Longo (*)
Per un certo periodo, è sembrato che il vecchio Iran ( come lo chiama l’erede dello scià Reza Pahlavi, parlando dagli Stati Uniti) potesse crollare da un momento all’altro e che la popolazione del Paese si sarebbe lanciata nell’abbraccio accogliente della democrazia globale. Ma sembra proprio che il regime teocratico e repressivo della Repubblica Islamica abbia sette vite come i gatti, gatti cattivi ovviamente.
Ci siamo già trovati in questa situazione. Nel 2009, durante il Movimento Verde, gli analisti occidentali avevano previsto con sicurezza l’imminente caduta della Repubblica Islamica. Nel 2017-18, quando le proteste economiche travolsero il Paese, abbiamo sentito lo stesso ritornello.
Nel 2022-23, durante le proteste “Donna, Vita, Libertà” seguite alla morte di Mahsa Amini, il crollo del regime sembrava inevitabile a molti osservatori. Eppure, eccoci qui nel 2026, e la Repubblica Islamica, per quanto malconcia e indebolita, è ancora in piedi.
Ciò non significa sminuire le ragioni che spingono gli iraniani a scendere in piazza rischiando la pelle prima e dopo le manifestazioni. Ma dopo centinaia, migliaia di morti in piazza e con qualche manifestante armato di kalashnikov e bombe, le infiammate dichiarazioni della opposizione iraniane per lo più all’estero, tutto sembra esserci placato.
Effetto della sanguinaria repressione o c’è dell’altro?
Unna portaerei americana e il suo stormo dia aerei da combattimento stanno ancora navigando dal Mar Cinese Meridionale diretti Golfo Persico, il trambusto negli aeroporti di Teheran, Tel Aviv, Gerusalemme e altre città continua, ma lo stesso Trump sta già dicendo che non ci sono omicidi, né esecuzioni, e così via…
Chi invece è al corrente, (come l’Oman “cassetta postale” di tali “indiscrezioni”) afferma che messaggeri iraniani hanno ufficialmente assicurato Washington che se gli Stati Uniti inizieranno a bombardare, l’Iran chiuderà lo Stretto di Hormuz e inizierà ad affondare le petroliere in massa senza curarsi per quale paese esse lavorino.
La minaccia è seria. Considerando che la larghezza minima dello Stretto di Hormuz è di 54 km, risulta un poligono di tiro da parte di missili da crociera , siluri, missili antinave, sistemi di lancio multipli… ma soprattutto di mine che i 20 sommergibili iraniani potrebbero facilmente piazzare.
Questo è il primo osso duro per il presidente americano che sta lavorando duramente per la pace nel mondo.
Il secondo “osso duro” è un attacco alle basi americane nel raggio d’azione dei missili iraniani, pericolo indirettamente confermato dall’improvviso inizio della “stagione delle vacanze” nelle basi, con un esodo di massa del personale militare, molto simile a un’evacuazione.
In effetti, l’Iran ha attaccato le basi americane tre volte negli ultimi sei anni: nel 2020, nel 2024 e nel 2025. Gli americani hanno reagito solo una volta, nel giugno 2025, ma l’Ian li aveva avvertiti gche avrebbe colpito la base americana di Al Udeid in Qatar, e i sistemi di comunicazione satellitare americani distrutti, hanno più che compensato il costo dei missili lanciati.
Lo stretto di Hormuz è invece il modo più semplice per scatenare un putiferio globale con un crollo dei tassi di cambio e un’impennata dei prezzi del petrolio.
Gli Stati Uniti sono lontani, quindi il Giappone e la Cina dovrebbero sopportare il peso maggiore del blocco, e come gestiranno la situazione è una vera scommessa. Lo stesso vale per il groviglio Iran-Israele, solo che Israele sa che qualcosa potrebbe colpirla sulle teste dei suoi cittadini e non mostra una gran voglia di riprendere i bombardamenti sull’Iran e uccidere i suoi governati.
L’amministrazione statunitense dichiara di non aver paura delle minacce dell’Iran, ma di “ volersi prendere una pausa” per riflettere e trovare una risposta a un simile avvertimento. Quando il gruppo d’attacco arriverà, forse qualcosa verrà fuori.
Ma cosa cosa potrebbero inventarsi? È solo un buon vecchio “affare”. “Midnight Hammer 3” o “Freedom Call 4”: c’è un tizio al Pentagono che è un maestro nel trovare nomi per le operazioni.
Quindi non è escluso che Trump lanci un altro attacco mediatico e di pubbliche relazioni, più o meno uguale all’Operazione Midnight Hammer del giugno dello scorso anno. L’Iran ha reagito per salvare la faccia, e tutti sono rimasti sostanzialmente soddisfatti pur strillando vittoria o vendetta.; l’unica domanda è semmai il costo dell’intera operazione.
E gli Alleati? Gli alleati della NATO sono ancora più lontani degli americani, e la probabilità di un coinvolgimento dell’aeronautica militare israeliana è minima per i motivi sopra menzionati e per il prezzo da pagare, Israele non sprecherà missili sui soldati semplici dell’esercito Iraniano; le IDF preferiscono far cadere i pezzi grossi dalla scacchiera.
Quindi cosa fare? Niente per ora. Khamenei ha fatto la sua mossa, indicando lo Stretto di Hormuz, intasato di petroliere. Ora tocca a Trump.
Ma i suoi attacchi contro l’Iran hanno raggiunto un livello tale che non sarà facile fare marcia indietro. Sarà quindi interessante vedere come reagirà. La “rivoluzione” di popolo non ha dato i frutti sperati e forse gli Stati Uniti non hanno la forza per un’operazione vera e propria in Medio Oriente.
Fare bella figura in una brutta situazione è invece fingere che i piani degli Stati Uniti abbiano spaventato a morte tutti in Iran, per poi magari richiamare il gruppo d’attacco dichiarando sfacciatamente al mondo che il problema Iran non esiste più.
Ma come può Trump salvare la faccia dopo aver “sconfitto” l’Iran a parole dal podio presidenziale per tutta la settimana? Beh lui un carta di riserva per un’altra vittoria ce l’ha: la Groenlandia…
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
Nella foto il rientro di Khomeini in Iran che diede inizio al regime teocratico iraniano
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