Il possibile accordo fra Stati Uniti e Iran – che secondo quanto emerso dovrebbe essere un pre-accordo che rimanda a un secondo momento la discussione sul programma nucleare iraniano – appare al momento come una “cornice vuota” ma “è un modo per guadagnare tempo in un momento in cui tutti quanti hanno interesse a guadagnare tempo” e da parte dell’amministrazione Trump c’è “la scommessa che anche l’Iran abbia interesse a riempire questa cornice”.
Lo ha detto a LaPresse Gianluca Pastori, ricercatore Ispi nell’area delle relazioni transatlantiche e docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Secondo Pastori, inoltre, per la negoziazione del vero cuore dell’accordo la scommessa di Donald Trump è anche che altri attori – come Russia e Cina – daranno il proprio contributo, anche se non in modo vistoso, per un risultato finale. “In questo momento siamo veramente di fronte a una cornice vuota.
La scommessa che io vedo da parte dell’amministrazione americana è che comunque anche l’Iran abbia interesse a riempire questa cornice: è vero che l’Iran vive da anni in una situazione di tensione permanente e che la tensione permanente rafforza da un certo punto di vista il governo iraniano, però non si può andare avanti all’infinito in questa strategia. Inoltre, punto numero due, ci sono anche altri attori internazionali che hanno tutto l’interesse a che soprattutto la questione di Hormuz, ma anche indirettamente la questione nucleare, si risolva”, argomenta Pastori. “Ci sono i Paesi del Golfo, ci sono le monarchie arabe, ci sono i grandi player, c’è la Russia da un certo punto di vista e c’è la Cina da un certo punto di vista. Anzi da un punto di vista molto importante. E credo che Trump scommetta anche sul coinvolgimento di questi attori. Ognuno dovrebbe dare il suo contributo, magari non visibile, non vistoso, al risultato finale”, prosegue. “Io credo che Trump confidi in aiuti esterni, magari non dichiarati. Bisogna dire una cosa: anche da questo punto di vista sarebbe una sconfitta per gli Stati Uniti, ancora una volta, rispetto ai tempi del JCPOA. L’accordo sul nucleare era un accordo in cui gli Stati Uniti avevano avuto un ruolo forte, mentre in questo possibile nuovo accordo gli Stati Uniti sarebbero uno dei tanti che entreranno nel gioco, senza avere un ruolo particolarmente di leadership”, afferma Pastori.
Trump ha bisogno di uscire da guerra in vista midterm
“Francamente mi sembra che questo accordo dal punto di vista statunitense sia addirittura peggiore del vecchio accordo sul nucleare del 2015” ma “Trump ha bisogno di uscire da questa guerra” perché “se questa guerra dovesse durare ci sarebbero quegli effetti sul benessere interno che lo potrebbero punire alle prossime elezioni”. A suo parere, le tempistiche di 60 giorni per negoziare poi il cuore dell’accordo – se venissero confermate – consentirebbero a Donald Trump di prendere tempo proprio in vista del voto di midterm. “Io credo che la tempistica sia legata alla vicenda delle elezioni: agli inizi di novembre Trump e quindi il Partito Repubblicano dovranno andare al voto per il rinnovo del Congresso. È un voto estremamente incerto. All’interno del Partito Repubblicano anche fra i sostenitori di Trump stanno cominciando a emergere dei mal di pancia proprio legati alla guerra. È una guerra che l’elettorato e una parte dei rappresentanti repubblicani e dei congressmen repubblicani non vogliono. Quindi eccola qua la logica anche dei 30 e 60 giorni”, dice Pastori, “vorrebbe dire arrivare alla vigilia della fase calda della campagna elettorale e con la speranza di poter consegnare un risultato che rafforzi la posizione dell’amministrazione e rafforzi la posizione dei suoi candidati”. “Se dovessi leggere la tempistica la leggerei in questo modo. La campagna elettorale è più vicina. È quello il vero elemento che sta guidando l’amministrazione”, aggiunge il ricercatore Ispi e docente. “Apriamo il vaso di Pandora: questa guerra è stata un errore indubbiamente, ma se andiamo a vedere il vero errore che ha riaperto il calderone iraniano è stata la scelta del 2018 di uscire dall’accordo sul nucleare JCPOA nella speranza e nella convinzione di riuscire a negoziare un accordo migliore, che invece si è dimostrata una speranza totalmente infondata”, dice ancora Pastori a LaPresse. Alla domanda su come farà Trump a vendere l’accordo come una vittoria, Pastori risponde: “Essenzialmente come ha fatto Trump fino ad ora, cioè parlando di vittoria”. “Mi sembra che l’elettorato di Trump sia tutto sommato poco interessato alle vicende del Golfo, alla situazione in Iran finché queste faccende non impattano immediatamente sui suoi interessi. Finché la guerra in Iran o con l’Iran non si scarica sui prezzi dei carburanti e ancora di più non si scarica su tutti i prezzi di beni di largo consumo, all’elettore trumpiano come vanno le cose interessa abbastanza poco. Per cui si accontenterà, a mio modo di vedere, della narrazione della vittoria, cioè del presidente che dice abbiamo vinto, abbiamo ottenuto quello che vogliamo. La grande vittoria che venderà in questo momento però sarà una vittoria totalmente priva di significato. La grande vittoria sarà la riapertura dello stretto di Hormoz, Stretto di Hormuz che prima della guerra era aperto. Quindi sostanzialmente nessuna vittoria presentata però come una grande vittoria”, ha concluso.
