Esteri

Israele, il silenzio dei fucili: la rivolta silenziosa dei riservisti

di Riccardo Bizzarri (*)

“Chi combatte contro mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se scruterai a lungo in un abisso, l’abisso scruterà dentro di te.” scriveva  Nietzsche

In un Paese dove il servizio militare non è mai stato una scelta, ma una condizione naturale dell’essere cittadini, qualcosa si sta spezzando. Sempre più riservisti israeliani, richiamati alle armi, rispondono con un rifiuto secco, scegliendo il carcere alla divisa, la disobbedienza all’obbedienza cieca, il silenzio del fucile al fragore delle bombe.

Non è un atto di fuga, né una resa. È una dichiarazione. Una frattura morale che nasce nelle lunghe notti di pensiero e nelle conversazioni sussurrate tra amici, e che esplode in gesti simbolici dal peso enorme: bruciare l’ordine di arruolamento, rilasciare lettere aperte, firmare petizioni che raccolgono centinaia di nomi. Un tempo questi atti sarebbero stati impensabili; oggi sono il segno di un movimento che, pur rischiando il carcere, non intende piegarsi.

Le ragioni sono molteplici e intrecciate. C’è la stanchezza per una guerra che sembra infinita, un conflitto in cui la meta è diventata nebbia, e in cui i motivi originari si sono dissolti in calcoli politici. C’è il rifiuto etico di partecipare a operazioni che colpiscono civili, alimentando un dolore che travalica i confini. Ci sono padri che guardano i loro figli e scelgono di restare, professionisti che sanno che mesi di assenza distruggeranno ciò che hanno costruito, famiglie che non vogliono piangere un’altra assenza.

E c’è, soprattutto, la perdita di fiducia. Fiducia in un governo che molti accusano di usare la guerra come strumento politico, sotto la guida di Benjamin Netanyahu. Fiducia in un esercito che, per alcuni, non appare più come il garante della sicurezza nazionale, ma come un ingranaggio di una macchina che macina vite e speranze senza sosta.

“La disobbedienza è il vero fondamento della libertà. Gli obbedienti devono essere schiavi.”
diceva Henry David Thoreau

La risposta delle autorità è dura: minacce di condanne esemplari, processi rapidi, accuse di tradimento. Eppure, ogni arresto sembra alimentare la convinzione di chi rifiuta di partire. Perché il vero tradimento, pensano in molti, è chiudere gli occhi davanti alla crepa che attraversa il cuore stesso della società israeliana.

Questa non è solo una crisi militare: è una crisi d’identità. Israele si trova di fronte a una domanda scomoda: cosa significa oggi difendere la patria? È proteggere un territorio, o difendere i valori su cui quel territorio si fonda? E se questi valori vengono meno, ha ancora senso combattere?

Nei caffè, nelle case illuminate a tarda notte, sui balconi che si affacciano su città tese come corde di violino, la conversazione si sposta piano su un terreno proibito: forse il vero coraggio, oggi, è dire no.

La storia insegna che le guerre finiscono, ma le cicatrici restano. Israele dovrà decidere se il suo futuro sarà costruito sull’obbedienza silenziosa o sulla voce, sempre più forte, di chi sceglie di non imbracciare il fucile. Perché vincere una guerra è una cosa; sopravvivere a se stessi, un’altra.

E forse, in questo tempo di fratture, riecheggiano parole antiche:

“Non per potenza, né per forza, ma per il mio spirito, dice il Signore degli eserciti.” (Zaccaria 4:6)
Un monito che oggi, tra il clangore delle armi e il silenzio dei disobbedienti, suona come un avvertimento e una promessa.

(*) Giornalista

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