Esteri

La “città umanitaria” di Netanyahu sarà il nuovo esodo palestinese del 2025

 

Neppure i costi esorbitanti e i tempi lunghi del conflitto  hanno convinto Benyamin Netanyahu (nella foto) a fare marcia indietro sul suo progetto di  una “città umanitaria” costruita sulle rovine di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

Un’enorme area recintata, un campo chiuso, per concentrare – centinaia di migliaia di palestinesi. Il progetto  fu lanciato pubblicamente il 7 luglio dal ministro della Difesa Israel Katz e divenuto in pochi giorni oggetto di aspre critiche (come riportato da ORE12).

La cosiddetta città, che secondo l’emittente pubblica israeliana Kan dovrebbe sorgere tra i corridoi Filadelfia e Morag, nella zona di Mawasi , dovrebbe essere un centro modello, dotato di ospedali, scuole, centri di distribuzione umanitaria, alloggi e persino opportunità educative.

Uno spazio teoricamente temporaneo, in cui i palestinesi dovrebbero trovare “condizioni di vita dignitose” finché la guerra non finirà.

Ma in verità sarebbe  a un campo di concentramento per centinaia di migliaia di palestinesi in attesa della deportazione, una struttura chiusa, dalla quale si potrà uscire soltanto per “emigrare volontariamente” da Gaza.

Lo confermano le parole del premier stesso Bibi che nel corso della sua recente visita a Washington ha spiegato che Israele lavora “a stretto contatto” con l’amministrazione Trump per trovare paesi disposti ad accogliere chi deciderà di partire.

Il piano, finora, ha incontrato resistenze anche in Israele e addirittura dal Mossad,  ma non perché rappresenti un crimine di guerra o un crimine contro l’umanità.

L’esercito israeliano ha infatti espresso gravi dubbi sulla sua fattibilità. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha definito la “città umanitaria” irrealizzabile, un ostacolo agli obiettivi strategici della guerra e potenzialmente dannosa per i negoziati sul rilascio degli ostaggi israeliani a Gaza.

Netanyahu  ha respinto la prima bozza operativa presentata dai militari, chiedendo una versione più rapida e meno costosa, che possa essere avviata già durante i due mesi previsti di eventuale cessate il fuoco.

Se anche dal mondo accademico israeliano si alzano voci di allarme, sono parole che cadono nel vuoto di una opinione pubblica almeno indifferente se non concorde. I media israeliani sono invece assorbito da dettagli tecnici – costi, logistica, sicurezza – più che dai risvolti etici e legali.

I costi previsti per la realizzazione del campo oscillano tra i 2,7 e i 4,5 miliardi di dollari. Israele, almeno nella fase iniziale, sarebbe pronto a finanziare quasi per intero il progetto.

 

A gestire la distribuzione degli aiuti all’interno del campo sarà la solita  Gaza Humanitarian Foundation (GHF) che  ha legami stretti  con  il complesso militare-industriale statunitense e sovraintende, con gli esiti infausti ormai noti a tutto il mondo, agli aiuti ai civili di Gaza:.

 

Infausti ovviamente per i civili palestinesi dei quali  nelle ultime settimane, circa mille sono stati uccisi dal fuoco dei soldati israeliani e mattanza è proseguita anche ieri.

 

La GHF, se coinvolta direttamente nel piano per la città “umanitaria” potrebbe divenire per Israele uno strumento di controllo e sorveglianza sui confinati di massa.

 

Parlare di “emigrazione volontaria” assume così i contorni del cinismo perché se la città verrà realizzata, sarà un luogo dalle condizioni di vita insopportabili, che avrà il solo scopo di spingere i palestinesi a  fuggire da Gaza.

 

L’Amministrazione Trump, pur raffreddatasi di fronte alle resistenze dei paesi arabi, non ha mai smentito apertamente l’ipotesi della deportazione dei palestinesi. A febbraio Trump propose  una Gaza “Riviera del Medio Oriente” da costruire dopo l’“uscita” di oltre due milioni di persone.

Ormai è evidente che la città umanitaria di cui parlano Netanyahu e Katz intende risolvere il problema palestinese attraverso la deportazione.

Mentre le bombe ed i 60mila morti  registrati sino ad oggi mirano a terrorizzare la popolazione e indurla alla fuga  dalla fame, dalla sete, dalle malattie. Una strategia di pulizia etnica ridisegnando la demografia di Gaza.

Di fatto realizzando  la  nuova Nakba (“catastrofe dell’esodo palestinese) del 2025 dopo quella del 1948.

 

GiElle

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